Affido ad alcuni versi di Wislawa Szymborska, ciò che io direi con troppo livore per l’urgenza di buttarlo fuori… e come sempre ringrazio la poesia, anche quella dei tuoi occhi, che sa sciogliere i miei nodi:

“Devo molto
a quelli che non amo.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.”

 

 

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Le poesie non fanno rumore.

Ti ho conosciuto in inverno,

e già nei tuoi occhi c’era l’estate. E da allora ogni volta che ti guardo è sedermi davanti al mare, in silenzio. E per un po’ non esiste più nulla, se non le onde tranquille del tuo sorriso e la lenta risacca dei nostri sentimenti che si invitano.

Poi parli.

 

Albume

Mentre tornavo a casa per la pausa pranzo, incrocio, sulla via di Damasco, una ragazza che avrà avuto la metà dei miei anni ed il doppio (abbondante) delle mie tette. Per amor di verità va detto che nessuna delle due cose costituisce impresa eroica, ad ogni modo ella giungeva in senso opposto al mio preannunciata da un importante sballonzolare che la semplice maglietta, per altro accollata, non riusciva a mimetizzare ne tanto meno provava ad arginare. Fossi stata un uomo non so, ma essendo donna, m’è scattato il CNR, e ho iniziato con l’osservazione e la sperimentazione. Abbasso lo sguardo e osservo le mie tette rilevando che a) sono immobili b) sostanzialmente mi sto guardando i piedi. Ciò non di meno, animata da ingiustificato ottimismo penso che forse dovrei imprimere più energia nella camminata e comincio a saltellare (che è la prima cosa che viene in mente a chiunque percorra Via Cadore sotto il sole delle 12.30 con un umidità affettabile). Mentre mi adopero per evitare il collasso scopro una cosa interessante: le mie tette sono l’unica cosa che non sballonzola del mio corpo. Per il resto braccia, gambe, pancia, faccia e culo sul podio si stanno montando a neve, tanto sbatacchiano. Ma raggiungo una nuova consapevolezza: ora so perché quest’anno Victoria’s Secret non mi ha chiamata. Per via dell’età.

Ufficio complicazioni cose semplici

E la fine è anche un nuovo inizio.

E le difficoltà ti fortificano.

E gli errori ti insegnano.

Ed il dolore ti permette di apprezzare meglio la gioia.

E il male torna a chi lo ha fatto.

E la paura è sana.

E lo stress è fonte di creatività.

E se non è stato è perché non doveva essere.

E se sorridi alla vita, la vita ti sorride.

E la solitudine è libertà.

E la libertà è solitudine.

E seppur mi venga da pensare che ci sia un po’ di verità, sono affermazioni come queste che alla lunga, e nemmeno tanto, mi fan venire a noia le parole, questi strumenti meravigliosi. Perché non assomigliano alla vita, sono assiomi, richiedono fede, o almeno fiducia.

A me piacciono le parole vere, quelle fini a se stesse, quelle monosignificato, che sono state un pensiero prima e alle volte diventano addirittura un’azione dopo, quelle che magari non rivelano magicamente, ma spiegano, accompagnano, accarezzano. Quelle che assomigliano a mani… che sono una parte del corpo molto sincera.

I discorsi, come le ricette, dovrebbero avere pochi ingredienti…freschi.

Schemi

Schema 2 – 1 – 2

L’uno sembra terribilmente solo, visto dalla giusta distanza. I due son più coreografici, calmierati e diffondono serenità, l’idea che tutto sia a posto. L’idea di “giusto”, qualunque essa sia.

Eppure potrebbe non essere così, ma occorre smettere di vedere in modo convenzionale ed esercitare il dubbio. 

Lo sta esercitando l’uno in questo momento, effettivamente facilitato dal fatto di essere solo e potersi dedicare a se stesso, alla propria libertà, che, se è vera, cioè mentale, costa ed è splendida come certi sentieri che nessuno percorre perchè troppo faticosi. 

Non ho mai pensato ai rapporti umani come a delle guerre, ma se fosse necessario, mi sentirei vincente anche nella sconfitta. 

Per via della lealtà, dell’inspiegabile coraggio che trovo in presenza di un affetto vero.

Sono sola in mezzo alla gente, ma sono esattamente dove e come vorrei essere, in questo momento… vabbè, magari senza febbre.

La malattia, seppur di poco conto, ti cambia la prospettiva, ti epura da molte paure, ti libera dal superfluo e conserva l’essenziale, come diceva Jodorowski della vecchiaia.

Il medesimo effetto si può ottenere con 2 o 3 birre e la giusta dose di amore in corpo.

E che tutto vada come deve andare.   

A dispetto di qualunque prima e in caso di qualsiasi dopo.

 

E non ci pensi che ci son cose che possono stabilire la differenza nel tuo modo di sentire, o ci pensi, ma come puro esercizio di stile, non credendoci, non ponendoti nemmeno il problema del se siano vere o meno.

Ti passano immagini in testa, dietro agli occhi, non le guardi neppure, occupata a guardar fuori o molto in profondità dentro di te. Parli con te stessa, in silenzio, teorizzi, costruisci idee, concetti utili come approdi, al bisogno.

Prosegui la tua vita, un passo dopo l’altro, a caccia del bello, del diverso, del “giusto”. Avverti in lontananza la sensazione che tutto questo cercare stia diventando una sorta di collezionismo di piccole emozioni, di rapidi sorrisi, eppure non è una strada sbagliata. Non servono grandi cose, ti ripeti, accusandoti di eccesso di ambizione… o di idealismo… o di ignoranza.

La tua fortuna è palese, il tuo non saperla apprezzare attiene al tuo essere un po’ stronza, ma neppure questa considerazione ti fa star male più di tanto. Un passo dopo l’altro, piccole cose, rapidi sorrisi, emozioni monouso.

Va bene così, che di strada ne stai facendo tanta, magari lentamente, ma non ti fermi. Tu con te stessa, equidistante da tutti: che non ti rallentino, che non ti distraggano, che non ti annoino. Un passo dopo l’altro, piccole cose, rapidi sorrisi, emozioni monouso.

Poi succede un tavolo. Poi succede una sedia, fra quelle del tavolo, su cui qualcuno si siede.

Poi succede che ti guarda mentre ti parla, e succede Baricco:

Ma d’uno sguardo per cui guardare già è una parola troppo forte. Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano – gli occhi e l’immagine– uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l’unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare – vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere – sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire– perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo – ricevere – senza domande, perfino senza meraviglia – ricevere –solo– ricevere– negli occhi – il mondo.

Poi succede un altro posto e un altro tavolo e un altro sguardo mentre ti parla.

E capisci, ma non subito, perché prima senti, e poi dopo, se ci pensi, quando ci pensi, capisci – capisci che in quello sguardo c’è la linea di un prima e di un dopo, c’è qualcosa che li dividerà per sempre e che li terrà insieme, e che ti terrà insieme, a dispetto di qualunque prima e in caso di qualsiasi dopo.

E lentamente ti entra qualcosa, tra gli occhi e la pancia, che ti apre alle possibilità.

E ti vedi allo specchio e cominci a riconoscerti perché la tua vera immagine prende forma, perché cominci ad assomigliarti sul serio.

Poi succede la presenza, la comprensione, la libertà, il bisogno… questo demonizzato, si il bisogno, e non son più piccole cose, rapidi sorrisi, emozioni monouso. Diventa tutto più complicato. Diventa tutto più vero.

E poi succede che sei viva. E poi succede che ti piace.