Le poesie non fanno rumore.

Ti ho conosciuto in inverno,

e già nei tuoi occhi c’era l’estate. E da allora ogni volta che ti guardo è sedermi davanti al mare, in silenzio. E per un po’ non esiste più nulla, se non le onde tranquille del tuo sorriso e la lenta risacca dei nostri sentimenti che si invitano.

Poi parli.

 

Albume

Mentre tornavo a casa per la pausa pranzo, incrocio, sulla via di Damasco, una ragazza che avrà avuto la metà dei miei anni ed il doppio (abbondante) delle mie tette. Per amor di verità va detto che nessuna delle due cose costituisce impresa eroica, ad ogni modo ella giungeva in senso opposto al mio preannunciata da un importante sballonzolare che la semplice maglietta, per altro accollata, non riusciva a mimetizzare ne tanto meno provava ad arginare. Fossi stata un uomo non so, ma essendo donna, m’è scattato il CNR, e ho iniziato con l’osservazione e la sperimentazione. Abbasso lo sguardo e osservo le mie tette rilevando che a) sono immobili b) sostanzialmente mi sto guardando i piedi. Ciò non di meno, animata da ingiustificato ottimismo penso che forse dovrei imprimere più energia nella camminata e comincio a saltellare (che è la prima cosa che viene in mente a chiunque percorra Via Cadore sotto il sole delle 12.30 con un umidità affettabile). Mentre mi adopero per evitare il collasso scopro una cosa interessante: le mie tette sono l’unica cosa che non sballonzola del mio corpo. Per il resto braccia, gambe, pancia, faccia e culo sul podio si stanno montando a neve, tanto sbatacchiano. Ma raggiungo una nuova consapevolezza: ora so perché quest’anno Victoria’s Secret non mi ha chiamata. Per via dell’età.

Ufficio complicazioni cose semplici

E la fine è anche un nuovo inizio.

E le difficoltà ti fortificano.

E gli errori ti insegnano.

Ed il dolore ti permette di apprezzare meglio la gioia.

E il male torna a chi lo ha fatto.

E la paura è sana.

E lo stress è fonte di creatività.

E se non è stato è perché non doveva essere.

E se sorridi alla vita, la vita ti sorride.

E la solitudine è libertà.

E la libertà è solitudine.

E seppur mi venga da pensare che ci sia un po’ di verità, sono affermazioni come queste che alla lunga, e nemmeno tanto, mi fan venire a noia le parole, questi strumenti meravigliosi. Perché non assomigliano alla vita, sono assiomi, richiedono fede, o almeno fiducia.

A me piacciono le parole vere, quelle fini a se stesse, quelle monosignificato, che sono state un pensiero prima e alle volte diventano addirittura un’azione dopo, quelle che magari non rivelano magicamente, ma spiegano, accompagnano, accarezzano. Quelle che assomigliano a mani… che sono una parte del corpo molto sincera.

I discorsi, come le ricette, dovrebbero avere pochi ingredienti…freschi.

Schemi

Schema 2 – 1 – 2

L’uno sembra terribilmente solo, visto dalla giusta distanza. I due son più coreografici, calmierati e diffondono serenità, l’idea che tutto sia a posto. L’idea di “giusto”, qualunque essa sia.

Eppure potrebbe non essere così, ma occorre smettere di vedere in modo convenzionale ed esercitare il dubbio. 

Lo sta esercitando l’uno in questo momento, effettivamente facilitato dal fatto di essere solo e potersi dedicare a se stesso, alla propria libertà, che, se è vera, cioè mentale, costa ed è splendida come certi sentieri che nessuno percorre perchè troppo faticosi. 

Non ho mai pensato ai rapporti umani come a delle guerre, ma se fosse necessario, mi sentirei vincente anche nella sconfitta. 

Per via della lealtà, dell’inspiegabile coraggio che trovo in presenza di un affetto vero.

Sono sola in mezzo alla gente, ma sono esattamente dove e come vorrei essere, in questo momento… vabbè, magari senza febbre.

La malattia, seppur di poco conto, ti cambia la prospettiva, ti epura da molte paure, ti libera dal superfluo e conserva l’essenziale, come diceva Jodorowski della vecchiaia.

Il medesimo effetto si può ottenere con 2 o 3 birre e la giusta dose di amore in corpo.

E che tutto vada come deve andare.   

Moviola

Scrivo per rallentare il corso dei miei pensieri, che si accavallano alle emozioni in una burrasca di silenzio.

Scrivo perchè non resti l’idea che non voglio dire le cose, è che non so farlo quando serve. Occorrerà imparare. Nel frattempo scrivo.

Scrivo della mia desolazione, della mia paura, dell’infinita tenerezza di due occhi che attendono risposte da me, totalmente inebetita da troppe sensazioni.

Scrivo lo stupore di trovarmi con una persona che ferma la sua macchina, forse la sua vita x darmi tempo di spiegare cose che non riesco – ancora – a dire.

Scrivo il peso di tutte le colpe che mi sento addosso, degli errori commessi, scrivo perchè non mi conosco.

Mi scrivo.

E poi scrivo a te, cosi diverso da tutti e cosi uguale in certe piccole cose.

Ti scrivo la mia muta richiesta di perdono probabilmente non necessaria, ti scrivo il mio bisogno di lentezza, delicatezza, pazienza. Tutte cose che io non so dare, ma chiedo. E lo so che è tutto sbagliato, ma i tuoi occhi erano giustissimi ed infinita la mia paura di perderli.

Se se se 

Un pezzo di strada ancora insieme, vuoi ?