Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto.
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.
Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.
Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
(Gli amori difficili, di Italo Calvino)
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La persona giusta

Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta. Passeggiamo con la persona giusta per le strade di periferia, prendiamo a poco a poco l’abitudine di passeggiare insieme ogni giorno. Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no. Siamo troppo tranquilli, la terra e il cielo non sono mutati; i minuti e le ore fluiscono quietamente, senza rintocchi profondi nel nostro cuore. Noi ci siamo sbagliati già tante volte: ci siamo trovati in presenza della persona giusta, e non la era […]. Per settimane e mesi, passiamo i giorni con la persona giusta, senza sapere: solo a volte, quando rimasti soli ripensiamo a questa persona, la curva delle sue labbra, certi suoi gesti inflessioni della voce, nel ripensarli, ci danno piccolo sussurro al cuore: ma non teniamo conto d’un così piccolo, sordo sussulto. La cosa strana, con questa persona, è che ci sentiamo sempre così bene e in pace, con un largo respiro, con la fronte che era stata così aggrottata, torva per tanti anni, d’un tratto distesa; e non siamo mai stanchi di parlare e ascoltare. Ci rendiamo conto che mai abbiamo avuto un rapporto simile a questo con nessun essere umano; tutti gli esseri umani ci apparivano dopo un po’ così inoffensivi, così semplici e piccoli; questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli.
 
— Natalia Ginzburg, I rapporti umani (Le piccole virtù, 1953)

Conoscersi

Lui le passò la mano su tutte le vertebre, una per una, e lei non disse: basta mi fai il solletico, anche se lui temeva che lo facesse da un momento all’altro. Invece rimase semplicemente a guardare fuori dalle tende scolorite, coi capelli che frusciavano da un lato. Lui le accarezzò la spina dorsale da cima a fondo, un pezzetto alla volta, e per tutto il tempo che gli ci volle per farlo, il suo cervello rimase assolutamente in silenzio. E’ a questi spazi vuoti che bisogna stare attenti, perchè si riempiono di sentimento prima ancora che uno si renda conto di cos’è successo; e che si ritrovi, arrivato in fondo alla spina dorsale di lei, diverso.
 Scrivi sulla mia schiena Aimee Bender 

Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie.

 
Oriana Fallaci
Il Bacio - Rodin

Voi liberate in me il mio essere femminile

19 giugno, di notte
Voi liberate in me il mio essere femminile, il mio essere più oscuro e recondito. Non per questo vedo peggio. Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità.
Mio tenero (che mi fa…), con tutto il mio essere indivisibilmente doppio, doppiamente e indissolubilmente uno, con tutto il mio essere di spada a doppio taglio (dotata di una rassicurante virtù: ferire me soltanto) io voglio in voi, in-voi, come nella notte. “Strofe e sogni” — più semplicemente: leggere e dormire. (Le parole che voi lasciate cadere, io le conservo tutte.) Quanti hanno visto in me soltanto delle strofe!
Tutto con l’anima, amico, e tutto — indietro, nell’anima. (Un getto d’acqua che si autoalimenta. Le fontane del Re Sole.) La pelle come tale non esiste. Voi, voi lo sapete, con il vostro fiuto animale, fiuto geniale. Pelliccia, manto — non solo delle bestie, ma anche delle piante: pino, abete, il mio amatissimo ginepro…
E se debbo dirvi in colori, voi siete bruno. Come i vostri occhi.
Caro, non ho mai scritto a nessuno lettere simili (da quando tengo in mano la penna, — no, da quando la penna mi tiene, — no, dal tempo lontano delle mie piume d’angelo — sempre, a tutti. E tuttavia — credetemi).
Uomo, io so tutto, vi so superficiale, leggero, vuoto, ma la vostra animalità profonda mi tocca più in profondità di altre anime. Sapete così bene aver freddo, aver caldo, aver fame, aver sonno. Senza il vostro vuoto c’è il vuoto che possiamo immaginare soltanto pieno di astri o di atomi, e cioè popolato di mondi viventi. Siate vuoto finché lo vorrete, finché lo potrete — io sono la vita che non patisce il vuoto.
Bambino mio (permettetemi di chiamarvi così…), mio piccolo ragazzo! Se a volte non vi rispondo direttamente, è che ci sono parole che non devono essere pronunciate tra certi muri, che nemmeno l’aria, tra certe pareti, può tollerare. I muri, invece, sopportano tutto e non soffrono di nulla, ed è l’unica cosa che io non posso soffrire, e sono loro che più mi fanno soffrire. Giacché, sappiatelo: quella che voi ritenete creatura di parole per eccellenza, nelle grandi ore della sua vita è una spartana con il suo volpacchiotto. (Lasciatemi scherzare un po’: con tutta una cucciolata di volpacchiotti!)
Siete iperamato (iperalimentato d’amore) nella vita? Probabilmente sì. Ma quello che so (doveste anche sentirlo per la millesima volta!) è che mai nessuno (nessuna!) vi ha così… Ogni millesima volta ha la sua milleunesima. Così, per me, non è una misura di peso, né di quantità, né di durata, è un valore di qualità: di identità. Io non vi amo né tanto, né a tal punto, né fino a… — io vi amo così. (Non vi amo tanto, vi amo come.) Oh, molte donne vi hanno amato e vi ameranno con maggior forza. Tutte — di più. Nessuna — così. Se il mio amore resta unico nelle vite, è solo per la sua doppia identità: con l’amato e con me stessa. Per questo non viene mai preso per amore.
“Amatemi grande, amatemi bello, amatemi diverso!” Per quanto mi riguarda, ho sempre voluto e addirittura preteso di essere amata come sono — per ciò che sono — perché sono. Non per ciò che, secondo voi, potrei, dovrei, avrei dovuto essere. Che si ami me e non l’essere ideale e falso partorito dalla fantasia di un poeta di terz’ordine e dell’ultima ora che può essere così folle d’amore solo se non è poeta nato, pensatore nato. Ho sempre preferito essere fotografata, riflessa, ripetuta, maltrattata da quell’indifferente che è l’obiettivo, piuttosto che ritratta — cioè ben trattata, idealizzata, animata, da un pittore di cui non sono neanche sicura che abbia un’anima, e che spesso è solo una mano mossa da una sola — sempre la stessa — mania.
Non trattatemi peggio di quanto la natura abbia fatto — e di quanto lo specchio non faccia — è tutto quello che, in piena umiltà, io chiedo al pittore e all’amante. “Ogni volto non è che un punto di partenza.” Giusto, ma avete un’idea della mia (della sua) direzione? Di quello che sarebbe realmente stato di me, di dove sarei realmente arrivata, se… Riuscite a seguirmi — voi che mi volete superare per indicarmi la direzione giusta? Un grande maestro può creare l’ideale: ciò che doveva essere, la realtà in potenza. Alta realtà. Gli altri, i petits-maîtres dell’arte e dell’amore, possono fare (dipingere, amare) soltanto dal vero. E voi — voi fate me, se potete.
Ho sempre preferito essere conosciuta e odiata piuttosto che inventata e amata. Fissatemi con tutta la forza del vostro sguardo, oppure andate a ‘creare’ una donna qualunque, la vicina di casa, che potrà esservi solo riconoscente e si riconoscerà in ognuno dei vostri ‘ritratti’ perché lei — lei non si conosce, per il semplice motivo che in lei non c’è nulla da conoscere. È il nulla che si presta a tutte le forme. Quanto a me, sono già creata, ed è stato Dio a crearmi. È sufficiente un’unica creazione. È sufficiente quel Creatore.
Io mi identificherei unicamente nell’amore di chi mi avesse scelta fra tutte le creature passate, presenti, future, maschili, femminili — creature dell’acqua, del fuoco, dell’aria, della terra, del cielo. E fra tutte le altre ancora, giacché esistono altri pianeti!
Così sono io. Se vi do pena — perdonatemi di essere. 
Marina Cvetaeva – Le notti fiorentine 
(Le epistole sono dedicate ad Abram Vishnjak, fondatore della casa editrice Gelikon, che negli anni ‘20 aveva pubblicato alcuni versi di Marina Cvetaeva)

Un bacio. Indecente. Naturalmente.

Senti … ho provato a scrivere tutto quello che c’e’ tra me e te , tutto quello che penso ,  che provo , che sento, che spero , che giuro, che voglio , che imbroglio, che credo di aver capito, che so di non aver capito e che comunque che.
Poi ho tolto tutto quello che non e’ essenziale, tutto quello che fa paura, tutto quello che non e’ sincero, tutto quello che non e’ vero, tutto quello che non importa, tutto quello che non conta, tutto quello che puo’ essere frainteso, conteso, mistificato, dimenticato, perso : insomma tutto quello che.
Alla fine e’ rimasto questo : sono felice quando sei felice, sono triste quando sei triste. E quando non ci sei mi manchi.
Un bacio
(indecente)
(naturalmente)

La lettera di Carlo Lucarelli

Le ansie riflettono le paure individuali di fronte alle pressioni e alle aspettative sociali. Sarò interessante come il mio compagno si aspetta? Dirò quello che vuole sentir dire? Risponderò alle aspettative di quelli che amo?
Perché tali ansie si concentrano su quella membrana sensibile che si trova tra l’individuo e la società, si può immaginare quale senso di solitudine nasca quando non possono essere confessate, quando non c’è nessuno attorno che sia in grado di comprendere le paure ingenerate dagli altri.
E’ quel tipo di solitudine che viene quando diciamo a qualcuno: “Ho un attacco di ansia”, e ci viene risposto, con un’espressione perplessa e partecipe: “Cosa vuoi dire? Cosa mai può esserci da essere ansiosi?”

(Alain de Botton – Il piacere di soffrire)