Il doppio

Non lontano da qui vive un signore con gli occhi che parlano. Non fanno rumore, ma sanno essere felici felici, oppure dolci dolci, o stanchi stanchi, o intensi intensi, ma ogni cosa che esprimono, la esprimono due volte, sommate. Il doppio. Questo signore quando guarda, vede, e guarda moltissimo. È capitato per caso oppure no che l’ho conosciuto e subito ha iniziato a guardare e a vedere il doppio. Io pensavo fosse un momento così, perchè di persone che guardano e vedono ce ne sono poche, che lo fanno il doppio non credevo ne esistessero. Però passano i giorni, le settimane, i mesi, ed i suoi occhi continuano a guardare, vedere, parlare. Anche lui parla, ma i discorsi più profondi continua a farli con gli occhi. E adesso che son qui ad ascoltare il frinire delle cicale nella sera chiedendomi perché friniscono che è sera, vedo i suoi occhi anche senza chiudere i miei e mi chiedo se tutto questo ha un nome, se lo deve avere o se posso semplicemente viverlo al di là delle definizioni. Non che cerchi risposte, che per altro ho già, solo che le cicale friniscono di sera ed io vorrei tanto che lui mi guardasse. 

Le cicale hanno smesso improvvisamente di frinire. 

Io non smetto di volerti.

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AAA

A te che non leggerai ora queste parole perchè impegnato altrove

A te che sei stanco, ma fingerai di no

A te che non sei mai del tutto convinto di aver fatto e di aver dato abbastanza

A te che dai tutto senza chiedere niente

A te che ti commuovi per un pensiero delicato come un soffio di vento

A te che sostieni anche quando avresti bisogno di esser sostenuto

A te che ci sei sempre, anche quando non ci sei

A te che vorresti essere casa, rifugio, difesa, giaciglio, coperta, pane per chi ami

Che ogni mia parola sia un soffio di aria fresca sul tuo viso

Che ogni mia frase un sorso d’ acqua da bere

Che ogni mio “a te” sia una carezza mentre ti riposi

Che ogni mio “che” ti alleggerisca di un poco il peso

Che il mio amore ti faccia addormentare e, infine, lentamente, sognare.

Affido ad alcuni versi di Wislawa Szymborska, ciò che io direi con troppo livore per l’urgenza di buttarlo fuori… e come sempre ringrazio la poesia, anche quella dei tuoi occhi, che sa sciogliere i miei nodi:

“Devo molto
a quelli che non amo.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.”

 

 

Albume

Mentre tornavo a casa per la pausa pranzo, incrocio, sulla via di Damasco, una ragazza che avrà avuto la metà dei miei anni ed il doppio (abbondante) delle mie tette. Per amor di verità va detto che nessuna delle due cose costituisce impresa eroica, ad ogni modo ella giungeva in senso opposto al mio preannunciata da un importante sballlonzolare che la semplice maglietta, per altro accollata, non riusciva a mimetizzare ne tanto meno provava ad arginare. Fossi stata un uomo non so, ma essendo donna, m’è scattato il CNR, e ho iniziato con l’osservazione e la sperimentazione. Abbasso lo sguardo e osservo le mie tette rilevando che a) sono immobili b) sostanzialmente mi sto guardando i piedi. Ciò non di meno, animata da ingiustificato ottimismo penso che forse dovrei imprimere più energia nella camminata e comincio a saltellare (che è la prima cosa che viene in mente a chiunque percorra Via Cadore sotto il dole delle 12.30 con un umidità affettabile). Mentre mi adopero per evitare il collasso scopro una cosa interessante: le mie tette sono l’unica cosa che non sballonzola del mio corpo. Per il resto braccia, gambe, pancia, faccia e culo sul podio si stanno montando a neve, tanto sbatacchiano. Ma raggiungo una nuova consapevolezza: ora so perché quest’anno Victoria’s Secret non mi ha chiamata. Per via dell’età.

Ufficio complicazioni cose semplici

E la fine è anche un nuovo inizio.

E le difficoltà ti fortificano.

E gli errori ti insegnano.

Ed il dolore ti permette di apprezzare meglio la gioia.

E il male torna a chi lo ha fatto.

E la paura è sana.

E lo stress è fonte di creatività.

E se non è stato è perché non doveva essere.

E se sorridi alla vita, la vita ti sorride.

E la solitudine è libertà.

E la libertà è solitudine.

E seppur mi venga da pensare che ci sia un po’ di verità, sono affermazioni come queste che alla lunga, e nemmeno tanto, mi fan venire a noia le parole, questi strumenti meravigliosi. Perché non assomigliano alla vita, sono assiomi, richiedono fede, o almeno fiducia.

A me piacciono le parole vere, quelle fini a se stesse, quelle monosignificato, che sono state un pensiero prima e alle volte diventano addirittura un’azione dopo, quelle che magari non rivelano magicamente, ma spiegano, accompagnano, accarezzano. Quelle che assomigliano a mani… che sono una parte del corpo molto sincera.

I discorsi, come le ricette, dovrebbero avere pochi ingredienti…freschi.