Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire.

Rigorosamente divise.

Dalla porta d’ingresso non si può uscire, e da quella di uscita non si può entrare.

Tutti seguono questa regola.

Possono variare le modalità, ma tutti finiscono per andare via.

C’è chi è andato via per sperimentare nuove possibilità, chi per risparmiare tempo. Qualcuno è morto.

Fatto sta che non è rimasto nessuno. Tranne me, unico superstite.

La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri, i motivi canticchiati a bassa voce, aleggiano come polvere negli angoli di casa mia. Ho il sospetto che l’immagine che avevano di me fosse proprio quella giusta.

Per questo sono venuti tutti qui da me e per questo alla fine sono andati via.

Hanno riconosciuto in me una certa integrità, il mio impegno per mantenerla.

Hanno cercato di parlare con me, di aprirmi il loro cuore.

Erano quasi tutte persone generose. Ma io non sono riuscito a dar loro niente, o troppo poco, nonostante i miei sforzi. Ho fatto quel che ho potuto. Anch’io cercavo qualcosa in loro. Non ha funzionato, e così se ne sono andate.

Inutile dire che è stato doloroso.

Ma la cosa più dolorosa era il fatto che loro lasciassero la mia casa più tristi di quando erano arrivate.

Come se nel frattempo qualcosa in loro si fosse logorato.

Me ne rendevo conto. E’ strano, ma ne uscivano sempre più segnate di me.

Perchè? Perchè alla fine rimanevo sempre solo?

Perchè alla fine le mie mani stringevano solo ombre?

(Murakami Haruki ” Dance Dance Dance “)

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Le piccole cose che amo di te

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi accarezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto svegliarsi
col tuo respiro vicino

e sul comodino

il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ balsé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
e a letto stare sveglia
e sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che é esplosa
finalmente, in cucina!
la pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profumo
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te

Stefano Benni

Artisti e modelle

“La sollevò dal letto e la depose sul pavimento, appoggiata alle mani e alle ginocchia, e le disse: “Muoviti”. Louise incominciò a muoversi carponi lungo la stanza, coi lunghi capelli biondi che la coprivano per metà, e il peso della cintura che le faceva inarcare la schiena. Allora lui le si inginocchiò dietro e inserì il pene, con tutto il corpo sopra di lei, muovendosi a sua volta sulle ginocchia ferree e le braccia lunghe. Dopo che l’ebbe goduta da dietro, fece scivolare la testa sotto di lei in modo da poter succhiare i suoi seni generosi, come fosse un animale, trattenendola in questa posizione con le mani e la bocca. Ansimavano e si contorcevano entrambi, e solo allora egli la sollevò, la mise sul letto, e alzò le gambe per appoggiarsele sulle spalle. La prese violentemente e furono scossi dai tremiti mentre venivano insieme.”

(Anais Nin)

XII

Non ho bisogno di tempo

per sapere come sei:

conoscersi è luce improvvisa.

Chi ti potrà conoscere

là dove taci, o nelle

parole con cui tu taci?

Chi ti cerchi nella vita

che stai vivendo, non sa

di te che allusioni,

pretesti in cui ti nascondi.

E seguirti all’indietro

in ciò che hai fatto, prima,

sommare azione a sorriso,

anni a nomi, sarà

come perderti. Io no.

Ti ho conosciuto nella tempesta.

Ti ho conosciuto, improvvisa,

in quello squarcio brutale

di tenebra e luce,

dove si rivela il fondo

che sfugge al giorno e alla notte.

Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,

nuda ormai dell’equivoco,

della storia, del passato,

tu, amazzone sulla folgore,

palpitante di recente

ed inatteso arrivo,

sei così anticamente mia,

da tanto tempo ti conosco,

che nel tuo amore chiudo gli occhi,

e procedo senza errare,

alla cieca, senza chiedere nulla

a quella luce lenta e sicura

con cui si riconoscono lettere

e forme e si fanno conti

e si crede di vedere

chi tu sia, o mia invisibile.

(Pedro Salinas – La voce a te dovuta)

Voglio possederti

Voglio possederti, devi essere mia.

Il tuo corpo, i più profondi segreti della tua anima

devono essere mia proprietà.

Non devi avere un capello

non un dente

non un singolo angolo buio

nei tuoi pensieri

che non mi appartenga.

Come potrei altrimenti

venderti

per mucchi di argento e oro

preziose pietre

e ogni possibile genere di lusso ?

O chissà ?

Magari solo un bicchiere di vino

una notte con una puttana

un pugno di perle di vetro colorate

O un povero coltello

col manico di corda.

Come potrei altrimenti sapere

cosa significa perderti ?

In che modo

misurare la tua assenza ?

Perderti devo comunque.

Ogni giorno ti perdo un po’.

Nei mercati d’Oriente

voglio incettare cose come quelle

per cui avrei potuto venderti

piccole cose

che mi ricorderanno gli invisibili sonagli

che i tuoi movimenti sempre

fanno echeggiare nell’aria

e un enorme torrente di seta

come il punto

in cui il tuo collo incontra le spalle.

E se improvvisamente un giorno

casualmente ti incontrassi

ti regalerei ogni cosa.

(Henrik Nordbrandt)

In un porto del Mediterraneo

Io non so cosa sia più importante:

la dolcezza speziata del caffè amaro

mescolata al gusto della prima sigaretta del mattino

o l’odore di pesce e barche verniciate di fresco.

I vestiti sbiaditi sul filo fra i mandorli in fiore

o i monti che li mettono in risalto…

No, nulla di ciò, ma tutte queste cose insieme

rivelano che ho trascurato qualcosa

e che la sua presenza mi tormenterà per il resto della vita

perché l’ho ignorato mentre era qui.

(Henrik Nordbrandt)