Tu lengua, tu sabia lengua que inventa mi piel,
tu lengua de fuego que me incendia,
tu lengua que crea el instante de demencia, el delirio del cuerpo enamorado,
tu lengua, látigo sagrado, brasa dulce,
invocación de los incendios que me saca de mí, que me transforma,
tu lengua de carne sin pudores,
tu lengua de entrega que me demanda todo, tu muy mía lengua,
tu bella lengua que electriza mis labios, que vuelve tuyo mi cuerpo por ti purificado,
tu lengua que me explora y me descubre,
tu hermosa lengua que también sabe decir que me ama.

(Dario Jamarillo Agudelo)

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La Donna sulle dune

“…qualunque cosa stesse facendo con la testa tra le gambe dell’uomo, sembrava provare un tale piacere, che le tremava il culo e le si irrigidivano le gambe come fosse sul punto di spiccare un salto. Ogni tanto l’uomo le posava la mano sulla testa come per rallentarne la frenesia. Quando cercò di allontanarsi, lei lo leccò abilmente e gli si mise sopra, a cavalcioni sulla faccia. L’uomo non si mosse più. Il suo viso era esattamente sotto il sesso di lei, che gli veniva offerto dal ventre proteso. Mentre l’uomo era inchiodato sotto il suo corpo, era la donna a muoversi per cercare la sua bocca, che non l’aveva ancora toccata. Louis vide il sesso dell’uomo ergersi e allungarsi, mentre cercava con un abbraccio di mettersela sopra. Ma lei rimaneva ad un certa distanza, osservando, e godendosi lo spettacolo del suo bel ventre, dei suoi peli e del suo sesso così vicini alla bocca di lui. Gli si muoveva contro sempre più lentamente, con la testa lievemente piegata, osservando la bocca scomparire tra le sue gambe. Rimasero in quella posizione a lungo.”

Anais Nin

Verso l’Africa

Quando scivoliamo l’uno nell’altra

i nostri volti si fanno più nitidi

sui segreti colori della terra

che si mescolano in un alone verdeturchese

del centro rosso rubino

che ci scaglia fuori nella notte estiva

finché il miele selvatico comincia

a gocciolarci dalle punte delle dita.

E il tuo corpo, che è stanco di viaggiare

come una tribù nomade in estinzione

trasforma la mia anima nel mio sesso

mentre i miei pensieri diventano femminili

e fuggono, casti come polene

seguiti da una scia di sangue e profumo.

E il tuo profilo egizio si volta

verso il riflesso di un sapere obliato dei tuoi occhi nei miei

e fa accendere una serie di invisibili lettere che dicono

come tutto è già scritto, ma nulla è stato letto

finché non sarà scritto ancora, dalla mia vita sulla tua e dalla tua sulla mia

mentre uno di noi è sempre diretto da sud a nord

e l’altro sempre diretto da nord a sud.

(Henrik Nordbrandt)

Brucia all’inferno

Brucia all’inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto
mentre le altre persone trovano cose
da fare
nel tempo che hanno
posti dove andare
insieme
cose da
dirsi.
Io sto
bruciando all’inferno
da qualche parte nel nord del Messico.
Qui i fiori non crescono.
Non sono come
gli altri
gli altri sono come
gli altri.
Si assomigliano tutti:
si riuniscano
si ritrovano
si accalcano
sono
allegri e soddisfatti
e io sto
bruciando all’inferno.
Il mio cuore ha mille anni.
Non sono come
gli altri.
Morirei nei loro prati da picnic
soffocato dalle loro bandiere
indebolito dalle loro canzoni
non amato dai loro soldati
trafitto dal loro umorismo
assassinato dalle loro preoccupazioni.
Non sono come
gli altri.
Io sto
bruciando all’inferno.
L’inferno di
me stesso.

Charles Bukowski


Agorafilia

Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato
e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.

(Henrik Nordbrandt)

Vorrei rompere il silenzio. Vorrei dirle che…

Vorrei rompere il silenzio. Vorrei dirle che mi manca, che in ogni istante scopro una proiezione più energica verso di lei, un sussulto profondo che soffoco, che obbligo a rimanere immobile, legato ad una sedia come un prigioniero di guerra. Ma che guerra è quella che non voglio combattere? Che esercito è quello che vorrebbe dire al nemico vieni! dilaga! fai ciò che vuoi della mia terra e di me!?
Vorrei dirle che non esiste che lei. Che questo cielo sereno, il volo lineare di qualche gabbiano isolato nella sua ampiezza, la calma piatta della distesa delle costruzioni, che si apre alla vista di questa finestra, la normalità formale dell’atmosfera lavorativa che rumoreggia alle mie spalle, sono segni irriverenti, atti insensibili, schiaffi d’indifferenza. Oggi sono soltanto questo. Oggi sono così insopportabili! Sono la tranquillità cieca che non mi parla di lei, né mi ascolta. Ma io vorrei gridarlo che non esiste che lei.
Vorrei che questa mano avesse la forza di aprirlo in due quel cielo sereno, squarciarlo fino ad arrivare qui, a questa gola, dove tutto soffoco. E che potesse schiacciarle una ad una quelle costruzioni di carta, raderle al suolo, spazzare via le macerie ed aprire la strada all’unica cosa che conta, a quel pensiero dominante che corre tutto verso di lei.

Vorrei parlarle. Che mi parlasse. Vorrei cercarla. Che mi cercasse. Che mi desiderasse come se non ci fossi che io per lei. Come la desidero io. Vorrei che s’illudesse ancora per illudermi ancora io. Che mi sognasse ancora per sognarla ancora io. Che mi prendesse per mano ancora per farlo ancora io. Vorrei che non toccasse il vuoto per non toccarlo più io. Che ritrovasse il sorriso per non perderlo più io. Che non avesse paura per non avere più paura io. Che seguisse quel destino nuovo per poter seguire lo stesso anche io.
Vorrei rompere questo silenzio, che significa soltanto assenza. Vorrei che fosse lei a desiderare di romperlo, a cancellare l’addio, ad annullare la lontananza, a ricondurre di fronte ai suoi occhi i miei.
Il mare attende il navigatore. La sabbia la marea. Il cielo il gabbiano. Le terre sconosciute l’esploratore. Il sole la luna. Il buio la luce di una stella. Il silenzio la parola che fa sognare.
Io attendo lei.

(Giancarlo Giuliani)