Gli amori difficili – Italo Calvino

“Nello scompartimento, accanto al fante Tomagra, venne a sedersi una signora alta e formosa. Una vedova provinciale, doveva essere, a giudicare dal vestito e dal velo: il vestito era di seta nera, appropriato a un lungo lutto, ma con guarnizioni e gale inutili, e il velo le passava intorno al viso piovendole dal giro d’un pesante antiquato cappello. Altri posti erano liberi, notò il fante Tomagra, nello scompartimento; e pensava che la vedova avrebbe certo scelto uno di quelli; invece, nonostante la ruvida vicinanza di lui soldato, ella venne a sedersi proprio lì, certo per via di qualche comodità del viaggiare, s’affrettò a pensare il fante, correnti d’aria o direzione della corsa. Per la floridezza del corpo, sodo, anzi un pò quadro, se le alte curve non ne fossero state addolcite da una matronale morbidezza, le si sarebbero dati poco più di trent’anni; ma a guardarla in viso, l’incarnato marmoreo e rilassato insieme, lo sguardo irraggiungibile sotto palpebre gravi e sopracciglia nere intense, e pure le labbra severamente suggellate, tinte di sfuggita d’un rosso urtante, le davano l’aria d’averne invece, oltre i quaranta. Tomagra, giovane soldato di fanteria alla prima licenza (era Pasqua), si rimpiccolì sul sedile per timore che la signora, così formosa e grande, non ci entrasse; e subito si trovò nell’ala del profumo di lei, un profumo noto e forse andante, ma ormai, per la lunga consuetudine, amalgamato ai naturali odori umani. La signora s’era seduta con compostezza, rivelando, lì accanto a lui, proporzioni meno maestose di quanto gli erano sembrate vedendola in piedi. Teneva le mani, grasse e con stretti anelli scuri, incrociate sul grembo, sopra una borsetta lucida e una giacca che s’era tolta scoprendo tonde e chiare braccia. Tomagra, al gesto, s’era scansato come per far posto a un ampio sbracciarsi, ma lei era rimasta quasi immobile, sfilandosi le maniche con brevi movimenti delle spalle e del torso. Il sedile ferroviario era dunque abbastanza comodo per due, e Tomagra poteva sentire l’estrema vicinanza della signora pur senza il timore d’offenderla col suo contatto. Ma, ragionò Tomagra, di certo lei, seppur signora, non aveva dimostrato d’aver ripugnanza per lui, per l’ispido della sua divisa, se no si sarebbe seduta più lontano. E, a questi pensieri, i suoi muscoli che erano rimasti contratti e rincagnati, si distesero liberi e sereni; anzi, senza che lui si muovesse cercarono di espandersi nella loro maggiore ampiezza, e la gamba che prima se ne stava a tendini tesi, staccata perfino dalla stoffa del pantalone, si dispose più larga, tese a sua volta il panno che la vestiva, e il panno sfiorò la nera seta della vedova, ed ecco attraverso questo panno e questa seta la gamba del soldato aderiva ormai a quella di lei con un movimento morbido e fuggevole, come un incontro di squali, e con un muoversi d’onde per le sue vene verso quelle vene altrui. Era pur sempre un contatto lievissimo, che ogni battito del treno bastava a ricreare e a perdere; la signora aveva ginocchia forti e grasse e le ossa di Tomagra ne indovinavano a ogni scossa il balzo pigro della rotula; e il polpaccio aveva una serica guancia rilevata che bisognava con impercettibile spinta far combaciare con la propria. Quest’incontro di polpacci era prezioso, ma costava una perdita: difatti il peso del corpo era spostato e il vicendevole appoggio delle anche non avveniva più col docile abbandono di prima. Occorse, per raggiungere una posizione naturale e soddisfatta, spostarsi leggermente sul sedile, con l’aiuto d’una svolta dei binari, e anche del comprensibile bisogno di muoversi ogni tanto. La signora era impassibile, sotto il matronale cappello, il fisso sguardo palpebrato, e mani ferme sulla borsetta in grembo: pure il suo corpo, per una lunghissima striscia, appoggiava a quella striscia d’uomo: che non se ne fosse accorta ancora ? oppure che preparasse una fuga ? o una rivolta ? Tomagra decise di trasmetterle, in qualche modo, un messaggio: contrasse il muscolo del polpaccio come fosse un duro quadrato pugno, e poi con questo pugno di polpaccio, come se una mano dentro volesse aprirsi, corse e bussò al polpaccio della vedova. Certo, questo fu un movimento velocissimo, appena il tempo d’un gioco di tendini: a ogni modo lei non si tirò indietro, almeno per quel che poté capire lui! perchè subito Tomagra per bisogno di giustificare quel gesto segreto, aveva spostato la gamba come per sgranchirla. Ora bisognava ricominciare da capo; quella paziente e prudentissima opera di contatto era perduta. Tomagra decise d’avere più coraggio; come per cercare qualcosa ficcò la mano in tasca, la tasca dalla parte della donna, e poi come distratto non la tirò più via. Era stato un gesto veloce, Tomagra non sapeva se l’aveva o no toccata, un gesto da nulla; pure adesso comprendeva quanto importante fosse il passo avanti fatto, e in quale rischioso gioco egli ormai fosse preso. Sul dorso della sua mano ora premeva l’anca della signora in nero.; egli la sentiva gravare sopra ogni dito, ogni falange, ormai qualsiasi movimento della sua mano sarebbe stato un inaudito gesto d’intimità verso la vedova. Tomagra, trattenendo il fiato, voltò la mano nella tasca, la mise cioè con la palma dalla parte della signora, aperta su di lei, pur dentro a quella tasca. Era una posizione impossibile, con un polso contorto. Pure, oramai, tanto valeva tentare un gesto decisivo: così, con quella stravolta mano, lui azzardò un muovere di dita. Non c’erano più dubbi possibili: la vedova non poteva non essersi accorta di quel suo armeggio, e se non si ritraeva, e fingeva impassibilità e assenza, voleva dire che non respingeva i suoi approcci. A pensarci, però, quel suo non far caso alla mobile mano di Tomagra poteva voler dire che veramente credesse ad una vana ricerca in quella tasca: d’un biglietto ferroviario, d’un fiammifero… Ecco: e se ora i polpastrelli del soldato, come dotati d’una improvvisa chiaroveggenza, indovinavano d’attraverso quelle diverse stoffe gli orli d’indumenti sotterranei e perfino minutissime asperità della pelle, pori e nei, se, dico, i polpastrelli di lui arrivavano a questo, forse la carne di lei, marmorea e pigra, avvertiva appena che proprio di polpastrelli si trattava e non, mettiamo, di dorsi d’unghia o nocche. Allora la mano con passi furtivi uscì dalla tasca, si fermò lì indecisa, poi con improvvisa fretta di rassettare il pantalone sulla cucitura della costa camminò via via fino al ginocchio. Sarebbe più giusto dire che s’aprì un varco: percé dovette per procedere intrufolarsi tra lui e la donna, e fu un percorso, pur nella sua velocità, ricco d’ansie e di dolci commozioni. Bisogna dire che Tomagra s’era messo a capo riverso contro il sostegno, così che si sarebbe anche potuto dire che dormisse: era questo, più che un alibi per sé, un offrire alla signora, nel caso che le sue insistenze non la indisponessero, il modo di non sentirsene in disagio, sapendoli gesti separati dalla coscienza, affioranti appena da uno stagno di sonno. E di lì, da questa vigile parvenza di sonno, la mano di Tomagra stretta al ginocchio staccò un dito, il mignolo, e lo mandò a esplorare in giro. Il mignolo strisciò sul ginocchio di lei che se ne stette zitto e docile; Tomagra poteva compiere diligenti evoluzioni di mignolo sulla seta della calza ch’egli con gli occhi semichiusi intravedeva appena chiara e arcuata. Ma s’accorse che l’azzardo di questo gioco era senza compenso, perché il mignolo, per povertà di polpa e impaccio di movimenti, trasmetteva solo parziali accenni di sensazioni, non serviva a concepire la forma e la sostanza di quello che toccava. Allora riattaccò il mignolo al resto della mano, non ritirandolo ma addossando ad esso l’anulare, il medio, l’indice: ecco che la sua mano posava inerte su quel ginocchio di donna e il treno la cullava in una carezza ondosa. Fu allora che Tomagra pensò agli altri: se la signora, per condiscendenza o per una misteriosa intangibilità, non reagiva ai suoi ardimenti, c’erano però sedute dirimpetto altre persone che potevano far scandalo di quel suo comportarsi non da soldato, e di quella possibile omertà da parte della donna. Soprattutto per salvare la signora da quel sospetto Tomagra ritirò la mano, anzi la nascose, come fosse la sola colpevole. Ma quel nasconderla, pensò poi, non era che un pretesto ipocrita: difatti, abbandonandola lì sul sedile non intendeva altro che più intimamente avvicinarla alla signora, che occupava appunto sul sedile tanto spazio. Difatti la mano annaspò intorno, ecco già le dita avvertivano la presenza di lei come un posarsi di farfalla, ecco bastava con dolcezza spingere tutto il palmo, e impenetrabile era lo sguardo della vedova sotto la veletta, il petto appena mosso dal respiro, macché! Tomagra aveva già ritratto la mano come un correre di topo. <<Non s’è mossa, – pensava, – forse vuole>>, ma pensava anche: <<Un attimo ancora e sarebbe troppo tardi. Forse è lì che mi studia per fare una scenata>>. Allora, non per altro che per un prudente sincerarsi, Tomagra strisciò la mano di dorso sul sedile e attese che fossero le scosse del treno, insensibilmente, a far scivolare sopra le sue dita la signora. Dire che attese è improprio: infatti con la punta delle dita spingeva a cuneo tra il sedile e lei, con un movimento impercettibile, che sarebbe anche potuto essere effetto del correre del treno. Se si ferò, a un certo punto, non fu perché la signora avesse dato in qualche modo segno di disapprovare; ma perché, pensò Tomagra, se invece lei accattava, le sarebbe stato facile  con un mezzo roteare di muscoli, venirgli incontro, posarglisi, per così dire, su quella mano in attesa. Per dimostrarle il proposito amichevole di questa sua assiduità, Tomagra, così sotto alla signora, tentò un discreto scodinzolio di dita; la signora guardava fuori dal finestrino, e con la pigra mano giocherellava apri e chiudi, col fermagio della borsa.  Erano segni per fargli capire di desistere, era un estremo rinvio ch’ella gli concedeva, un avvertimento che la sua pazienza non poteva essere più a lungo messa a prova ? Era questo ? – Tomagra si chiedeva, – era questo ? S’accorse che la sua mano, come un corto polpo, stringeva la carne di lei. Ormai tutto era deciso: non poteva più tirarsi indietro, Tomagra; ma lei, lei, lei era una sfinge. La mano del soldato ora rampava con passi sbiechi di granchio per la coscia; era allo scoperto, di fronte agli occhi altrui ? No, ecco che la vedova rassettava la giacca che portava piegata in grembo, ecco che la faceva spiovere da un lato. Per offrirgli un riparo o per sbarrargli il varco ? Ecco: ora la mano si muoveva libera e non vista, s’aggrappava a lei, si tendeva in carezze radenti come un breve propagarsi di vento. Ma il viso della vedova restava voltato in là, lontano; Tomagra fissava di lei una zona di pelle nuda, tra l’orecchio ed il giro del ricolmo chignon. Ed in quell’ascella d’orecchio il pulsare d’una vena; era questa la risposta che gli dava, chiara, struggente e inafferrabile. Girò il viso tutto a un tratto, fiero e marmoreo, si mosse come una tenda il velo giù dal cappello, e lo sguardo perduto tra le pesanti palpebre. Ma quello sguardo aveva sorpassato lui, Tomagra, forse non l’aveva neppur sfiorato, guardava, al di là di lui, qualcosa, o nulla, l’appiglio ad un pensiero, ma comunque sempre qualcosa più di lui importante. Questo lo pensò dopo, perché prima, appena aveva visto quel muoversi di lei, s’era gettato indietro subito e aveva stretto gli occhi come dormisse, cercando di trattenere il rossore che gli s’andava propagando in viso, e perdendo così forse l’occasione di cogliere nel primo lampo del suo sguardo una risposta ai propri estremi dubbi. La mano, nascosta sotto la nera giacchetta, era rimasta quasi staccata da lui, rattrappita e con dita risucchiate verso il polso, non più una vera mano, ormai senza sensibilità se non quella arborea delle ossa. Ma poiché la tregua data dalla vedova alla propria impassibilità con quell’imprecisa occhiata in giro aveva presto avuto fine, nella mano rifluì sangue e coraggio. E fu allora che riprendendo contatto con quella morbida groppa di gamba egli s’accorse d’esser giunto a un limite: le dita scorrevano sull’orlo della gonna, più in là c’era lo sbalzo del ginocchio, il vuoto. Era la fine, pensò il fante Tomagra, di questa baldoria segreta: e adesso, a ripensarci, essa appariva una ben misera cosa ai suoi ricordi, sebbene egli l’avesse avaramente ingigantita nel viverla: una goffa carezza su una veste di seta, qualcosa che non poteva in alcun modo venirgli negata, proprio per quella sua pietosa condizione di soldato, e che discretamente la signora s’era degnata, senza farne mostra, di concedergli. Però, nell’intenzione di ritrarre, desolato, la mano, fu interrotto dall’accorgersi di come lei teneva la giacchetta sulle ginocchia: non più piegata (eppure tale prima gli era parsa), bensì gettata con trascuratezza in modo che un lembo le piovesse sul davanti delle gambe. Era in una chiusa tana, così: un’ ultima prova, forse, di fiducia che la signora gli concedeva, sicura che la sproporzione tra lei e il soldato era tanta ch’egli non ne avrebbe certo profittato. E il soldato rievocava, con fatica, quello che fino allora era passato tra la vedova e lui, cercando di scoprire qualcosa nel ricordo del contegno di lei che accennasse ad un condiscendere più oltre, e ripensava i propri gesti ora come d’una levità irrilevante, sfioramenti e strofinamenti casuali,  ora come d’intimità decisiva, che lo impegnavano a non più tirarsi indietro. La sua mano certo cedette a quest’ ultimo modo del ricordo, perché, prima ch’egli avesse ben riflettuto sull’irreparabilità dell’atto, ecco che già superava il valico. E la signora ? Dormiva. Aveva abbandonato il capo, col fastoso cappello, contro un angolo, e teneva gli occhi chiusi. Doveva lui, Tomagra, , rispettare questo sonno, vero o finto che fosse, e ritirarsi ? O era un espediente di donna complice, ch’egli avrebbe dovuto già conoscere, e di cui doveva in qualche modo mostrare gratitudine ? Il punto dove ormai era giunto non consentiva indugi; non gli restava che avanzare. La mano del fante Tomagra era piccola e corta, e le durezze e callosità d’essa erano bene compenetrate nel muscolo così da renderla morbida e uniforme; l’osso non vi si sentiva e il muoversi era fatto più di nervi, ma con dolcezza, che di falangi. E questa piccola mano aveva movimenti continui e generali e minuscoli, per tenere la completezza del contatto viva e accesa. Ma quando finalmente un primo sommovimento passò per la morbidezza della vedova, come un trasportarsi di lontane correnti marine per segrete vie subacquee, il soldato ne fu così sorpreso che, proprio come se supponesse che la vedova non si fosse fino allora accorta di nulla, avesse dormito veramente, spaventato ritirò via la mano. Ora egli se ne restava con le mani sulle proprie ginoccchia, rattrappito sul sedile come quando lei era entrata: si comportava in un modo assurdo, lo comprese. Allora, con uno scalpicciare di tacchi, uno sgranchirsi d’anche parve ansioso di ristabilire i contatti, ma pure quella sua prudenza era assurda, come volesse ricominciare da capo il suo pazientissimo lavoro e non fosse sicuro ormai delle profonde mete già raggiunte. Ma le aveva davvero raggiunte ? Oppure era stato solo un sogno ? Una galleria piombò loro addosso. Il buio si faceva sempre più fitto e Tomagra allora, prima con gesti timidi, ogni tanto ritraendosi come fosse davvero ai primi approcci e si meravigliasse del suo ardire, poi sempre più cercando di convincersi dell’estrema confidenza con cui già con quella donna era arrivato, avanzò una mano tiepida come una gallinella verso il seno, grande e un pò abbandonato alla sua pesantezza, e con un affannoso brancolare cercava di spiegarle la miseria e l’insostenibile felicità del suo stato, e il bisogno, non d’altro, ma che lei uscisse da quel suo riserbo. La vedova reagì infatti, ma con un improvviso gesto di schermirsi e respingerlo. Bastò a rincantucciare Tomagra nel suo angolo, torcendosi le mani. Ma era, probabilmente, un falso allarme per una luce passata nel corridoio che aveva messo la vedova in timore d’un improvvisa fine della galleria. Forse: oppure lui aveva passato il segno, aveva commesso qualche orribile scorrettezza verso di lei, già tanto generosa ? No, non poteva esserci ormai nulla di proibito, tra loro: e il gesto di lei, anzi, era un segno che tutto ciò era vero, che lei accettava, partecipava. Tomagra s’avvicinò di nuovo. Certo in queste riflessioni si era perduto molto tempo, la galleria non sarebbe durata ancora a lungo, non era prudente farsi cogliere dalla luce improvvisa, già Tomagra attendeva il primo ingrigirsi della parete, ecco: più lui aspettava più rischioso erail tentare, certo però la galleria era lunga, lui dagli altri suoi viaggi la ricordava lunghissima, certo se subito avesse approfittato avrebbe avuto molto tempo inanzi a sé, ora era meglio attendere la fine, ma perchè non finiva mai, forse questa era stata l’ultima occasione per lui, ecco si diradava l’ombra, ora finiva. S’era alle ultime stazioni d’un percorso provinciale. _Il treno si svuotava; dei passeggeri dello scopartimento i più erano scesi, ecco anche gli ultimi calavano le valige, s’avviavano. Finì che rimasero soli nello scompartimento il soldato e la vedova, vicinissimi e discposti, a braccia conserte, muti, gli sguardi nel vuoto. Tomagra ebbe ancora bisogno di pensare: <<Adesso che tutti i posti sono liberi, se volesse star tranquilla e comoda, se avesse noia di me, si sposterebbe…>> Qualcosa lo tratteneva e impauriva ancora, forse nel corridoio la presenza d’un gruppo di fumatori, o una luce che s’era accesa perché veniva sera.  Allora pensò di tirare le tendine verso il corridoio, come fa chi vuol dormire: s’alzò con passi elefanteschi, cominciò con lenta cura meticolosa a sciogliere le tendine, a tirarle, a riallacciarle. Qnado si voltò la trovò sdraiata. Come volesse dormire: ma oltre ad aver gli occhi aperti e fissi, era calata giù mantenendo la sua matronale compostezza, con il maestoso cappello sempre calcato sulla testa appoggiata al bracciolo. Tomagra era in piedi sopra di lei. Volle ancora, per proteggere questo suo simulacro di sonno, far buio anche al finestrino, e si protese sopra di lei, per slacciare la tendina. Ma non era che un modo per muovere i suoi goffi gesti sopra la vedova impassibile. Allora smise di tormentare quell’asola di tendina e capì che doveva far altro, dimostrarle tutta la propria improrogable condizione di desiderio, non fosse che per spiegarle l’equivoco in cui lei era certo caduta, come a dirle: <<Vede, lei è stata condiscendente con me perché lei crede in un nostro remoto bisogno d’affetto, di noi soli e poveri soldati, ma ecco invece iio quello che sono, ecco come ho ricevuto la sua cortesia, ecco a che punto d’impossibile ambizione sono, lei vede qui, arrivato>>. E poiché era chiaro che nulla riusciva a meravigliare la vedova, anzi ogni cosa pareva in qualche modo da lei prevista, allora al fante Tomagra non restava che far sì che non ci fossero più dubbi possibili, e che finalmente lo spasimo della sua follia riuscisse a cogliere anche chi n’era muto oggetto, lei. Quando Tomagra s’alzò e sotto di lui la vedova restava con lo sguardo chiaro e severov(aveva gli occhi azzurri), col cappello guarnito di veli sempre calcato in capo,, e il treno non smetteva quel suo altissimo fischio per le campagne, e fuori continuavano quei filari di vigne interminabili, e la pioggia che per tutto il viaggio aveva rigato instancabile i vetri riprendeva con nuova violenza, egli ebbe ancora un moto di paura d’avere, lui fante Tomagra, osato tanto.

(L’avventura di un soldato)

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La ragazza col turbante

Sono lì, impacchettata in un impermeabile di carta e tu mi passi davanti, il viso sereno cullato dalla coda dell’anestesia, gli occhi rivolti al soffitto che si muovono come in cerca di qualcosa. Hai un bel viso, le guance lievemente arrossate come dopo una breve corsa e quel ridicolo turbante bianco che ti avvolge la testa. A cosa pensi ? Non potresti essere mia figlia, ma io potrei essere la tua mamma. Hai 22 anni. Io sono lì, in piedi in attesa di fare il mio lavoro da poco e tu passi, nel giorno in cui hai più sperato, più pregato. Io sono lì e tu hai un tumore al cervello. Non arriverai a Pasqua. Se fosse tutto uno scherzo, se sotto tutte quelle bende ci fossero ancora i tuoi capelli. Se. Io sono lì, ed è tutto vero. La tua mamma starà con te giorno e notte. Piccola vittima di esagerata sfortuna. Primo di mille cuori infranti. Io sono lì. Riposa.

Fotocopie imperfette – Maurizio Riboldi

“… Cari colleghi, innanzitutto mi presento, per chi non mi conoscesse: sono John Skinner, da San Francisco. L’illustre oratore che mi ha preceduto ci ha lasciati a bocca spalancata con l’esposizione degli straordinari traguardi cui le biotecnologie sono pervenute: traguardi impensabili fino a pochi anni or sono. Ha suscitato la mia e, immagino, vostra ammirazione con i risultati incredibili ottenuti dalla sua equipe, un vero balzo avanti della scienza che apre le porte a futuri arditi scenari. […] Insomma, cari colleghi, questa mattina ci è stato reso più comprensibile il mondo di oggi, ci è stata raccontata quella che sarà la vita di domani, della quale noi, probabilmente, potremo assaggiare solo l’antipasto, ma che i nostri figli, i nostri nipoti e, soprattutto, i nostri cloni, potranno gustare in ogni portata fino al dolce. Ecco, con questo mio intervento che, prometto, sarà breve, intendo aggiungere qualche particolare, qualche dettaglio al quadro di vita futura così brillantemente dipinto dall’esimio collega che mi ha preceduto sul palco. […] Devo fare una piccola, doverosa premessa: l’idea della selezione degli individui, tendente a favorire sempre quelli più forti, non è del tutto nuova; era già venuta a Madre Natura che, però, essendo dotata di scarsa fantasia, l’aveva risolta, rozzamente e semplicisticamente, a modo suo. Come scoprì Darwin, Madre Natura, prima dell’illuminato intervento dell’uomo, aveva affidato l’evoluzione e, quindi, la selezione della specie, al caso. Come ben sapete, tra tutti gli individui nati in un determinato habitat, hanno maggiori probabilità di sopravvivere e, quindi, continuare la specie, quelli che, per loro costituzione, cioè per le loro caratteristiche genetiche, meglio vi si adattano. Come noto, quando nei loro cromosomi avviene una piccola, casuale modifica che li rende più idonei degli altri a vivere in quel contesto, saranno loro a prevalere, a dominare e dare origine  a una discendenza con le loro stesse caratteristiche. Ecco, questa “selezione naturale”, ripeto, del tutto casuale, è la prima, certo infantile risposta all’insopprimibile bisogno del Creato di rimescolare le carte del Creatore… scusate, mi riferivo a colui che la mitologia e la superstizione ritengono l’artefice della Vita… […] Come dicevo, un metodo barbaro, primitivo, del tutto insoddisfacente, secondo i parametri odierni, non solo perché affidato al caso ma anche, e soprattutto, perché richiedente tempi di esecuzione lunghissimi, secoli, millenni, milioni di anni e non attimi o minuti com’è diventato d’obbligo oggi… Ma ciò avveniva quando la terra era popolata solo da piante ed animali. La comparsa dell’uomo ha decisamente migliorato le cose, quanto al bisogno di selezionare gli individui più dotati. Un metodo discretamente efficace lo idearono, millenni fa, gli abitanti di un’antica e bellicosa città della Grecia: Sparta. Nei pressi della città esisteva una rupe chiamata Tarpea: dalla rupe, quei lungimiranti precursori della selezione embrionale gettavano i neonati più deboli, gracili o malformati; insomma, quelli difettosi, non rispondenti ai canoni. Un sistema, direte voi, poco sofisticato: d’altronde, allora, non esistevano i test genetici per sapere in anticipo quali individui sarebbero risultati inadeguati e provvedere, quindi, a monte… […] Dopo sparta seguirono secoli bui nel campo delle biotecnologie; dobbiamo arrivare, infatti, a circa la metà del secolo scorso per trovare un geniale scienziato che, costituita una fortissima equipe di collaboratori, diede un impulso deciso alla ricerca in questione. Sto parlando, naturalmente, di Adolf Hitler e dei suoi colleghi nazisti. Costoro, spinti da una genuina propensione alla ricerca scientifica, intuirono che era ora di smetterla con tutto il caos di tipologie in cui era frammentata la razza umana; individuata così la razza Ariana come eletta, in quanto la più forte e intelligente, Hitler decise di selezionarla. non disponendo, perché nato nel momento storico sbagliato, delle tecniche di clonazione, divise il mondo in due: gli Ariani da una parte, il resto del Mondo dall’altra. si trattava di decidere come operare e si optò per due soluzioni: da una parte incoraggiando, o meglio, intimando le unioni tra Ariani; dall’altra, semplicemente eliminando o riducendo in schiavitù chi Ariano non era. All’uopo risultarono utilissimi moderni laboratori scientifici chiamati campi di sterminio ove operavano equipe mediche contrarie alla vivisezione sugli animali: preferivano praticarla su esseri umani che, per loro, esseri umani non erano. Ricordo che, a quei tempi, il termine essere umano, oggi totalmente in disuso, aveva ancora un suo significato. Un pò per questi esperimenti, un pò per il freddo, le malattie e la mania delle diete dimagranti, un pò per le fughe di gas in ambienti chiusi, se ne andarono, in pochi anni, circa sei milioni di non eletti, in grandissima maggioranza Ebrei, insieme a zingari, malati di mente e gente malformata. E quest’opera di selezione mista naturale-guidata sarebbe proseguita fino al raggiungimento dello scopo se non si fossero messi di mezzo i Comitati Etici Internazionali, contrari al progresso scientifico, che, in modo non democratico e cruento, posero fine agli esperimenti.” […]

I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose

I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose
la tua vigliacca pelle fanno di me il più forte
degli schiavi d’amore. Impertinente fu la mia
vita finché si scontrò con la tua lussuria, tetto
coniugale con tutte le carte in ordine. Il disordine
della mia passione attirò il tuo petto di bracie
le mie sconvolgenti frasi d’imploro commossero
i tuoi occhi pieni di lacrime, cibo preferito
degli dei scanzonati. Una canzone avvolse la
mia mira nella tua rete; tu la rompesti, avvolgendola
nel tuo cuore di uomo con tutte le carte in
un disordine tipico del tuo cuore senza amore.
Amare frasi andai ripetendo finché non ti rintracciai
sul tuo trono di viande e di disperazioni. Due
azioni mi portarono vicino a te: la tua frase
ignorante e il tuo cuore di tufo, seppellito
oramai nelle mie lunghe braccia trionfanti d’amore
e di lussuria regina della notte e delle stelle.

Amelia Rosselli

(da Variazioni belliche, 1964)

Il visconte dimezzato – Italo Calvino

“… Alla sera, scesa la tregua, due carri andavano raccogliendo i corpi dei cristiani per il campo di battaglia. Uno era per i feriti e l’altro per i morti. La prima scelta si faceva lì sul campo. – Questo lo prendo io, quello lo prendi tu -. Dove sembrava ci fosse ancora qualcosa da salvare, lo mettevano sul carro dei feriti; dove erano solo pezzi e brani andava sul carro dei morti, per aver sepoltura benedetta; quello che non era più neanche un cadavere era lasciato in pasto alle cicogne. In quei giorni, viste le perdite crescenti, s’era data la disposizione che nei feriti era meglio abbondare. così i resti di Medardo furono considerati un ferito e messi su quel carro. La seconda scelta si faceva all’ospedale. Dopo le battaglie l’ospedale da campo offriva una vista ancor più atroce delle battaglie stesse. In terra c’era la lunga fila delle barelle con dentro quegli sventurati, e tutt’intorno imperversavano i dottori, strappandosi di mano pinze, seghe, aghi, arti amputati e gomitoli di spago. Morto per morto, a ogni cadavere facevan di tutto per farlo tornar vivo. Sega qui, cuci là, tampona falle, rovesciavano le vene come guanti e le rimettevano al suo posto, con dentro più spago che sangue, ma rattoppate e chiuse. Quando un paziente moriva, tutto quello che aveva di buono serviva a racconciare le membra di un altro, e così via. La cosa che imbrogliava di più erano gli intestini: una volta srotolati non si sapeva più come rimetterli. Tirato via il lenzuolo, il corpo del visconte apparve orrendamente mutilato. Gli mancava un braccio e una gamba, non solo, ma tutto quel che c’era di torace e d’addome tra quel braccio e quella gamba era stato portato via, polverizzato da quella cannonata presa in pieno. Del capo restavano un occhio, un orecchio, una guancia, mezzo naso, mezza bocca, mezzo mento e mezza fronte: dell’altra metà del capo c’era più solo una pappetta. A farla breve, se n’era salvato solo metà, la parte destra, che peraltro era perfettamente conservata, senza neanche una scalfittura, escluso quell’enorme squarcio che l’aveva separata dalla parte sinistra andata in bricioli. I medici: tutti contenti. – Uh, che bel caso! – Se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno, mentre i poveri soldati con una freccia in un braccio morivano di setticemia. Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio, la mezza bocca, dilatò la narice e respirò. La forte fibra dei Terralba aveva resistito. Adesso era vivo e dimezzato.”

Il diavolo in corpo – Raymond Radiguet

“Saranno in molti a biasimarmi. Che posso farci? E’ colpa mia se pochi mesi prima della dichiarazione di guerra avevo soltanto dodici anni ? Forse le emozioni scatenate da quell’evento straordinario appartengono a un genere che l’infanzia non sperimenta mai. Ma, poiché è difficile invecchiarsi in maniera efficace, in barba alle apparenze, proprio in quell’età acerba mi capitò d’impegnarmi in un ‘avventura che metterebbe in imbarazzo persino un adulto. E non sono stato l’unico. Di quel periodo, i miei coetanei conservano ricordi assai diversi da quelli dei compagni più anziani. Quanto a coloro che già adesso me ne vogliono, li esorto a raffigurarsi ciò che la guerra rappresentò per molti giovanissimi: quattro lunghi anni di vacanze.”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde. Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo.”