Ausmerzen – “Sradicare”

Marco Paolini. Di nuovo. 5 Minuti ci ho messo per raccogliere qualche informazione sul suo lavoro, 2 anni ci ha messo lui a prepararlo. Perchè proporre una coscienza è un lavoraccio. Più facile sarebbe se tutto fosse bianco o nero, giusto o sbagliato. Più facile sarebbe scivolare sopra la storia seguendo la corrente di odio e contro-odio e giudicare, implicitamente. Devo continuamente ringraziare Marco Paolini per la sua assenza di pigrizia, per questo suo costante masticare storie in favore di tutti, per la sua coscienza sociale, che è il termine che mi sono inventata adesso per definire quella cosa che ti fa interessare alla società, ai tuoi simili, a dove tutti andiamo e da dove tutti veniamo. Io non ce l’ho, sono pigra, e ogni volta che Paolini si smazza il lavoro e me lo sbatte in faccia, mi vergogno anche un pò. Però poi ci si abitua a tutto.  Ausmerzen. Non ci ho dormito. E non sono nemmeno vagamente vicina a concepire cosa sia stato. Ne sono certa. Mi fa paura pensare che persone come me, influenzabili e poco disposte a porsi domande, siano soggetti “privilegiati” per essere irretiti, orientati, “educati” alle idee di qualcun’altro. Perchè le idee, come dice Paolini, hanno bisogno di gambe, e se le trovano… E se le trovano ? Penso all’importanza del costante confronto, e più ancora del perpetuo imparare.  Mi permetto di considerare Ausmerzen una metafora, sono imbarazzante, ma mi permetto. Voglio una vera memoria.

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Tocco la tua bocca

Tocco la tua bocca, con il dito tocco il bordo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per rifarlo tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con sovrana libertá scelta da me per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che per un caso che non cerco di comprendere coincide esattamente con la tua bocca che sorride da sotto la mia mano che ti disegna. Mi guardi, da vicino mi guardi, sempre piú da vicino, e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta piú da vicino e gli occhi si ingrandiscono, si avvicinano, si sovrappongono, ed i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano debolmente mordendosi le labbra, appoggiando appena la lingua tra i denti, giocando nei suoi recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di fondersi nei tuoi capelli, accarezzare lentamente la profonditá dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori e di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore é dolce, e se ci affoghiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo dell’alito, questa istantanea morte é bella. E c’é una sola saliva ed un solo sapore di frutta matura, ed io ti sento tremare contro di me come una luna nell’acqua.

da Il gioco del mondo (Rayuela), Capitolo VII
Julio Cortázar

Sel Marin – James Heeley

Un profumo lento. Non ne amo particolarmente le note di testa agrumate, ma dopo pochi minuti ecco l’intenso profumo iodato, marino, acquatico.  La pelle si scalda, il naso si confonde, ed è spiaggia, mare, passeggiata che profuma di tardo pomeriggio, di abbraccio infinito e non ancora esausto. Scia di promesse fra le dita, carezze salate.

Il grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald

“Quasi tutte le grandi ville costiere ormai erano chiuse e le luci erano rare, , se si toglieva il chiarore di un ferry-boat la cui ombra si spostava attraverso lo Strettto. E mentre la luna si levava più alta, le case caduche incominciarono a fondersi, finché lentamente divenni consapevole dell’antica isola che una volta fiorì per gli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo. Gli alberi scomparsi, gli alberi che avevano ceduto il posto alla casa di Gatsby, avevano una volta incoraggiato bisbigliando il più immane dei sogni umani; per un attimo fuggevole e incantato, l’uomo deve aver trattenuto il respiro di fronte a questo continente, costretto ad una contemplazione estetica, da lui non capita né desiderata, mentre affrontava per l’ultima volta nella storia, qualcosa di adeguato alla sua possibilità di meraviglia. E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato xosì vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”

NOVECENTO (un monologo) – Alessandro Baricco

“Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria, l’aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava… Ogni giorno aggiugeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all’altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzando le curve di un ragtime.”