Io non ti dò il mio amore come fanno le altre ragazze

Io non ti dò il mio amore come fanno
le altre ragazze, in uno scrigno freddo
d’argento e perle, né ricco di gemme
rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;
né in un nodo, e nemmeno in un anello
lavorato alla moda, con la scritta
‘semper fidelis’, dove si nasconde
un’insidia che ottenebra il cervello.
L’Amore a mano aperta, questo solo,
senza diademi, chiaro, inoffensivo:
come se ti portassi in un cappello
primule smosse, o mele nella gonna,
e ti chiamassi al modo dei bambini:
– Guarda che cos’ho qui! – Tutto per te –
Edna St. Vincent Millay

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Divino Tango – 05/08/09

Foto di Mino Boiocchi – Vietata la riproduzione

Ex voto

Accade che le affinità d’anima
non giungano ai gesti e alle parole ma
rimangano effuse come un magnetismo.
É raro ma accade. Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
piú del fresco germoglio.
Tanto e altro puó darsi o dirsi.
Comprendo la tua caparbia volontá di
essere sempre assente perchè
solo così si manifesta la tua magia.
Innumeri le astuzie che intendo.
Insisto nel ricercarti nel fuscello
e mai nell’albero spiegato, mai nel pieno,
sempre nel vuoto: in quello che
anche al trapano resiste.
Era o non era la volontà dei numi
che presidiano il tuo lontano focolare,
strani multiformi multanimi animali domestici;
fors’era così come mi pareva
o non era. Ignoro se
la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari.
Di me, di te tutto conosco,
tutto ignoro.

Eugenio Montale

Alcune settimane fa mia nonna ha deciso di andare all’ospizio. Non c’è stato modo di dissuaderla. Ha deciso ed è andata, il tutto talmente rapidamente da lasciare un pò tutti storditi. Ha deciso così per diversi motivi, molti dei quali non sono stati capiti. Ha deciso così come ultima presa di posizione della sua vita, una vita per metà vissuta a decidere per se e per gli altri e a metà vissuta ad adattarsi ad una scelta sbagliata, sbagliata per lei.  Poi con l’incoscenza degli anziani che tornano un pò bambini e in più non hanno granchè da perdere ha preso questa decisione, una variante grottesca di quella che avrebbe dovuto prendere decenni fa. Lei in fondo lo sa, ma non lo ammette. Le bugie che ti racconti per una vita per sentirti un pò migliore di quello che sei, si calcificano nel tempo, e quando hai quasi un secolo di vita è  impossibile scrostarle dall’anima. Meglio così. Ieri, sulla terrazza della sua stanza parlavamo, anzi lei parlava, un pò a fatica, ed io ascoltavo svolgersi quei nodi di pensieri un pò contorti, osservando la donna bionda che in un’altra vita mi lasciava mangiare tutto quello che mia mamma non mi concedeva, mi pettinava placando il mio disappunto raccontandomi la favola del bambino trascinato nel fosso dai pidocchi, mi lasciava tuffare nel materasso di penna dopo che era stato gonfiato e lisciato. Poi silenzio, gli occhi azzurri ormai acquosi per il tanto vedere fissi lontano :”ce l’avevo una bella vita, ma il buon Dio me l’ha portata via”. No, nonna il buon Dio non l’ha portata via a te la vita, ma al nonno e tu hai avuto paura, paura di non farcela, paura della solitudine, ed hai fatto scelte frettolose e sbagliate e hai pagato. Hai ammantato il tutto con un velo di carità, dicendo e dicendoti che hai agito per amore del prossimo. Non è vero. Nonna, io quegli occhi azzurri li conosco, sai che li so leggere. Lo so come ti sei sentita, lo so come quell’ancora, seppur arrugginita e sconosciuta, t’è parsa l’ unico approdo possibile per uscire dal mare delle tue paure.  Lo capisco e non lo giudico. Vorrei solo e tanto che avessi saputo nuotare, o che ti fossi lasciata tenere a galla da qualcuno accanto a te il tempo necessario per ricominciare. Ora non si può più, lo sappiamo, fra un succo annacquato e una mentina guardiamo il tramonto in silenzio, pensando forse a quello che avrebbe potuto essere, ma… buona la prima. Per tutti.

“Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche
invisibile altrove dell’anima.”

(Michela Murgia – Accabadora)

Tornanti

E continui a girare la testa a da una parte all’altra x non perdere di vista il panorama, il profilo delle montagne che conosci a memoria. Il paese, i due speroni rocciosi e poi lo strapiombo sul mare, mentre arranchi su per la strada scavata nella roccia, rosicchiata dai fianchi delle montagne che appena possono se ne riprendono un pezzo. La pianura sempre più in basso. Ogni tornante potrebbe essere l’ultimo per guardare indietro e scorgere ancora qualcosa di familiare, dopo ogni curva il timore di non avere più scuse e di dover guardare avanti. Perché quando scompare la “tua” terra è proprio finita. Indugi sulle basse viti, sui lecci polverosi, cerchi qualche sperone di porfido che ancora ti riporti indietro, ma non sono più i tuoi, son solo loro parenti, che segnano allegramente l’arrivo e odiosamente la partenza. Non puoi piangere perché è stupido, e deglutisci salata stupidità. E quindi avanti, a macinar kilometri di malinconia, le narici ancora piene dell’odore sardo, che vuol dire possibilità dell’impossibilità. Sfilano i tronchi scorticati delle querce da sughero ai lati della strada e sfilano i vorrei, i potrei, i ma perché no, ai lati della mente. Poi la terra si trasforma, diventa finta, diventa una caricatura di se stessa, solo l’odore, costante, di liquerizia, sole e polvere ad assicurarti che sei ancora lì, sotto un cielo rotondo, infinito, ma ancora non puoi fermarti, devi arrivare fino a dove finisce la terra, ed i moli di cemento conficcati in un mare notturno scindono il possibile dall’impossibile: il primo partirà con te, il secondo resterà lì, trasformandosi in profumo. Chiudi bene la giacca perchè il vento non si porti via gli ultimi sogni e poi punti verso casa, dove ti stai aspettando.

Perdonami

Perdonami se ti cerco cosí
goffamente, dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta.
È che da te voglio estrarre
il tuo migliore tu.
Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.
E afferrarlo
e tenerlo in alto come trattiene
l’albero l’ultima luce
che gli viene dal sole.
E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.
Per raggiungerlo
alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato
con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa
da te a te.
E allora al mio amore risponda
la creatura nuova.
Pedro Salinas