Chez les Vikings, Taverne Scandinave 29 et 31
Rue Vavin, Paris VI
4 marzo 1932
” Anais:

tre minuti dopo che te ne sei andata. No, non posso farne a meno. Ti dico ciò che già sai: ti amo. Parole che ho distrutto più e più volte. A Digione ti ho scritto lunghe, appassionate lettere – se fossi rimasta in Svizzera te le avrei inviate, ma come potevo spedirle a Louveciennes? Anais, in questo momento non so dirti molto – sono in preda alla febbre. A stento riuscivo a parlarti perché ero di continuo sul punto di baciarti i piedi e di stringerti tra le braccia. Speravo che tu non dovessi rincasare per cena, che saremmo potuti andare da qualche parte a cenare e a ballare. Tu balli – l’ho sognato più e più volte – e io ballo con te, oppure tu balli da sola, il capo rovesciato all’indietro, gli occhi socchiusi. Devi ballare così per me. Questo è il tuo io spagnolo – il sangue andaluso distillato. Adesso sono seduto al tuo posto e ho portato il tuo bicchiere alle mie labbra. Ma sono ridotto al mutismo. Quel che mi hai letto continua a girarmi nella testa. Rispetto a te sono un bambino perché quando in te parla l’utero, esso avvolge ogni cosa – è la tenebra che adoro. Avevi torto a pensare che io apprezzassi solo il valore letterario. A parlare era la mia ipocrisia. Finora non ho osato dire quel che pensavo. Ma sto sprofondando – tu mi hai spalancato il vuoto – e non riesco a fermarmi.

Senza che tu te ne renda conto sono vissuto sempre con te. Ma avevo paura di ammetterlo, temevo che ti spaventassi. Oggi ho pensato di portarti in camera mia e di mostrarti gli acquarelli. Mi è parso così sordido portarti in quel miserabile albergo, non, non posso farlo. Tu condurrai me da qualche parte – al tuo tugurio, come lo chiami. Portamici, in modo che io possa stringerti tra le braccia.

E mento, Anais, dicendoti che non voglio adorarti. Te l’aspettavi che ti dicessi cose del genere? Quando ho visto Marius (il film di Marcel Pagnol), ho sognato di te – tu sei come la nave che salpa per il mare aperto, tutte le vele al vento, nella luce abbagliante del sole. E al pari di Marius, io sono salito a bordo all’ultimo minuto – sono salpato dalla finestra sul retro e sono corso al molo…..”

Louveciennes

09 marzo 1932

(Henry)
“Ieri non intendevo bruciarti – ero come in un sogno – e a tal punto dissolta, che non ti ho sentito alzarti…mi aggrappavo a un prolungamento di quell’istante. Quando adesso ci ripenso, provo rimorso per averti bruciato – dimmi che mi perdoni, l’ho fatto senza volerlo.

Non riesco a scriverti, Henry, sebbene sia rimasta sveglia tutta la notte a dirti – tutta la notte- che l’uomo che ho scoperto ieri… l’uomo che ho sentito con i miei sentimenti fin dal primo istante – tutte le montagne di parole, scritti, citazioni si sono disperse – e adesso conosco solo lo splendore, l’accecante splendore della tua stanza, e quell’irreale momento – come può un istante essere insieme così irreale e così caldo – così caldo.

E’ tanto quello che desideri sapere. Ricordo la tua frase: “ Soltanto le puttane mi apprezzano”. Avrei dovuto dirti: con le puttane puoi avere solo una consapevolezza di sangue, tra noi c’è troppa mente, troppa letteratura, troppa illusione, ma poi tu ha negato che ci fosse solo mente …

Il mio volto ti induce a ritenere che le mie aspettative sono alte, altissime ….. ma adesso sai che non è solo la mia mente ad avere coscienza di te.

Coscienza di te, in maniera caotica. Amo la tua strana, ingannevole dolcezza che sempre si tramuta in odio. Come mai ho scelto te? Io ti ho visto in quel modo intensamente selettivo – ho visto una bocca che era insieme intelligente, animalesca e soffice …, Uno strano miscuglio, un uomo umano, sensitivamente conscio di ogni cosa – e io amo la consapevolezza – un uomo, te l’ho detto, che la vita ha reso ebbro. Il tuo non era un riso che potesse offendere, era dolce e ricco. Mi sentivo calda, con la testa che mi girava, dentro di me cantavo. Dicevi sempre le cose vere e più profonde, lentamente, e hai un modo di parlare, come un sudista – ehm ehm – strascicato, mentre sei intento nel tuo viaggio introspettivo, che mi ha toccato corde profonde.

Poco prima, come t’ho detto, avevo accarezzato l’idea del suicidio. Ma aspettavo di incontrare te, come se questo potesse fornire una soluzione, e l’ha fornita. Quando ti ho visto mi sono detta: ecco un uomo che potrei amare. E non avevo più paura dei sentimenti. Non ho più potuto sopportare l’idea del suicidio (l’idea di sopprimere il romanticismo), qualcosa mi tratteneva. Posso muovermi solo tutta intera.

………………………

Non volevo amore perché è caos, perché fa vacillare la mente come lampioni scossi dal vento. Volevo essere fortissima davanti a te, essere contro di te – tu ami tanto contrapporti alle cose. Io amo essere per le cose. Tu fai caricature. Occorre un grande odio per fare caricature. Io eleggo, io amo – la marea dell’amore, la notte, mi soffoca – come in quel sogno che ieri ti sei sforzato di rendere reale, di inchiodare, proprio così, con il tuo bacio travolgente….”

Anais Nin e Henry Miller
Storia di una passione
Lettere 1932-1953

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9° Sondaggio Inutile

La via per la serenità è lastricata di conoscenza o di ignoranza ?

(Sottotitolo: sei sicura che “conoscenza” si scriva senza i ? Si, ho usato il correttore automatico di Word)

Ovvero, per essere, non dico felici che mi pare un’altra faccenda, ma sereni, è meglio conoscere, conoscersi, o è meglio ignorarsi un pò ? Perchè “ovunque il guardo io volga” ci sono proposte di percorsi di interiorizzazione, di conoscenza di sè, che come fari nella notte dovrebbero guidare verso… verso qualcosa di bello, ma io invece ho la sensazione che porre troppo l’accento su se stessi possa amplificare il normale disagio di vivere… e la domanda sorge spontanea: ma non c’hai un cazzo da fare ?

Participio passato

Non ho ancora 36 anni e mi accorgo che la mia idea di piacere si avvicina pericolosamente alla “soluzione d’arredo” Ikea per la lavanderia. Eppure io non ero così. Non mi ricordo così. Penso con discreta inquietudine alle parole di Marco Paolini: forse prima non ero diversa, forse, semplicemente “non ero”. Forse prima dentro di me c’erano un sacco di persone possibili, che poi crescendo si sono “seccate” e ne è rimasta una sola, che è quella che si è da adulti, e che, nel mio caso, è quella che ha fantasie erotiche sui mobili Ikea. Potenza e atto. Adolescere e adulto. Ed è davvero un pò triste, perchè nei miei ricordi c’era molta più roba e decisamente meno mobili. E mentre “mi pento e mi dolgo con tutto il cuore” sento un angolo della mia mente che studia come recuperare spazio in lavanderia. Ottimizzare, recuperare tempo e spazio. Se non mi troverete più, ad un certo punto, probabilmente dovrete cercarmi fra un cumulo di tempo e uno di spazio.

E’ assurdo
dice la ragione
E’ quel che è
dice l’amore
E’ infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E’ vano
dice il giudizio
E’ quel che è
dice l’amore
E’ ridicolo
dice l’orgoglio
E’ avventato
dice la prudenza
E’ impossibile
dice l’esperienza
E’ quel che è
dice l’amore

(Erich Fried)

Caos calmo – Sandro Veronesi

Libro intelligente o così mi è sembrato con brillanti spunti di riflessione. E da qui si evince che non mi è piaciuto. Vero. Si, si lascia leggere e, ripeto, fa riflettere, ma non mi ha coinvolto e l’ho anche trovato un pò “sforzato” qua e là. E mi fa sorridere la sottile corrispondenza, sempre presente, dell’imprenditore di successo con l’uomo che si è perso o si sta perdendo… o si perderà. Orientamento politico ?