Vuoi giocare?

(Akarsz-e játszani ?)

Dimmi, vuoi giocare con me?
Giocare sempre,
andare nel buio insieme,
giocare ad essere grandi,
mettersi seri seri a capo tavola,
versarsi vino e acqua con misura,
giocare con perle, rallegrarsi per un niente,
indossare vecchi panni col sospiro pesante?
Vuoi giocare a tutto, che è vita,
l’inverno con neve e il lungo autunno;
si può bere un tè insieme
di color rubino e di fumo giallo?
Vuoi vivere la vita con il cuore puro,
ascoltare a lungo e temere ogni tanto,
quando sulla strada passa novembre
e lo spazzino, questo povero uomo,
che fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare ad essere serpente od uccello,
fare un viaggio lungo con nave o treno,
giocare a Natale, sognando tutte le bontà?
Vuoi giocare all’amante felice,
fingere di piangere, un funerale?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco, che diventa reale?
Sdraiarsi tra i fiori per terra,
e dimmi, vuoi giocare alla morte?

Kosztolányi Dezső

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RINGRAZIAMENTO

Devo molto

a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto

che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io

il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro

e in libertà con loro,

e questo l’amore non può darlo,

né riesce a toglierlo.

Non li aspetto

dalla porta alla finestra.

Paziente

quasi come una meridiana,

capisco

ciò che l’amore non capisce,

perdono

ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera

passa non un’eternità,

ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,

i concerti sono ascoltati fino in fondo,

le cattedrali visitate,

i paesaggi nitidi.

E quando ci separano sette monti e fiumi,

sono monti e fiumi

che trovi su ogni atlante.

E’ merito loro

se vivo in tre dimensioni,

in uno spazio non lirico e non retorico,

con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno

quanto portano nelle mani vuote

Non devo loro nulla” –

direbbe l’amore

sulla questione aperta.

(Wislawa Szymborska)

Il dolore

Il dolore fisico, il profondo dolore fisico, quello che ti si aggrappa alla carne, di dentro, quello che non puoi raggiungere, ma solo subire… se ti lascia degli spazi, qualche attimo x respirare, porta con se qualcosa di purificatore.
Quando hai finito di piangere, di tirar pugni all’aria, di buttar fuori rabbia, disperazione, paura, sofferenza, lui è ancora lì, tenace, inalterato e ad un certo punto devi cedere. Qui inizia la purificazione. Per prima cosa si vuota le mente: spariscono un sacco di teorie superflue, le congetture si mostrano in tutta la loro inutilità e le riflessioni sul futuro si ridimensionano notevolmente. I pensieri ossessivi perdono il loro travagliato fascino, il senso del dovere diventa quel che dovrebbe essere: buon senso. Cambiano molte prospettive, si recupera la vera ironia e si apprezzano le piccolissime cose, come 10-15 secondi senza dolore… cosa sono 10-15 secondi ? Una distrazione, uno sbadiglio, un nulla. Non nel dolore. Inoltre ci sono questi splendidi antidolorifici, presumibilmente oppiacei, che danno più speranza che sollievo e te la portano su un leggerissimo piatto di vertigini. E il tuo personale tempo rallenta. Le cose da fare diventano poche ed essenziali ed incredibilmente non ci si annoia, perchè si ha ceduto (e si è anche un pò fatti), si lascia fluire il dolore dentro se e si aspetta…