Storie di ordinaria follia – Charles Bukowski

Incommentabile. Perchè dovrei dire che è la raccolta di racconti di un vecchio porco alcolizzato (lui avrebbe preferito “vecchio sporcaccione”), e probabilmente in buona sostanza lo è. Fra questi racconti, alcuni di fantasia, più assurdi di quelli autobiografici. I poli della sua vita sono il vino, le donne, le scommesse sui cavalli, e la povertà come effetto collaterale del suo stile di vita. Io queste cose le leggo come boe, come approdi nel suo mare. A volte il proprio modo di sentire è una maledizione, a volte ci si accorge di cose che si preferirebbe ignorare, a volte si sente troppo la vita e allora si cerca di andare da un’altra parte, di buttarla via, di sprecarla, abbruttirla, di impegnare il tempo mentre si aspetta che passi. Non so se così fosse per lui, in ogni caso non tenta mai di convincere nessuno di nulla. Personalmente lo trovo speciale.

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La contessa di ricotta – Milena Agus

Sciallo sciallo. Si lascia leggere ovunque, comunque, sempre. Si legge tutto e potendo subito. Sempre gradevolissimo il lessico della Agus, sempre intrigante il suo intrecciare le strade di Cagliarli che spesso portano al mare con gli amori che le attraversano. Tuttavia parecchio lontano dall’intensità di “Mal di pietre”.

“Accosto la fronte alla tua, si toccano, dico: «È una frontiera». Fronte a fronte: frontiera, mio scherzo desolato, ci sorridi. Col naso ci riprovo, tocco il naso, per una tenerezza da canile: «E questa è una nasiera», dico per risentire casomai un secondo sorriso, che non c’é. Poi tu metti la mano sulla mia e io resto indietro di un respiro. «E questa è una maniera», mi dici. «Di lasciarsi?», ti chiedo. «Sí, cosí».”

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia, il lanciatore di coltelli tocca da lontano, l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.”

(Erri De Luca – L’ospite incallito)

Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. “Sei proprio dattero, sei più frutto che figlio”. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. “Somigli a Iosef”. Così ho voluto vederlo. “Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assoliglierai”. Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno.

(Erri De Luca – In nome della Madre)

Plurale delle parole in -cia e -gia

Nella grammatica italiana, creano diversi dubbi le parole (sostantivi e aggettivi) terminanti in cia e gia quando ne deve essere declinato il plurale femminile, a causa dei diversi statuti (fonologico o diacritico) che possono essere assunti dalla lettera I:

  1. se la I è tonica (-cìa, –gìa) – valore fonologico – le parole formano sempre e regolarmente il plurale in cie e gie;
    (scìa -> scìe; bugìa -> bugìe)
  2. se, invece, la I è atona (-cia; –gia) – valore diacritico – l’attuale regola grammaticale (proposta da Migliorini quale semplificazione della precedente regola basata sull’etimo latino) vuole che:
    • si conservi, se la C è immediatamente preceduta da una vocale (V), quindi -[V]cie, -[V]gie
      (acacia -> acacie; battigia -> battigie)
    • si sopprima, se la C è immediatamente preceduta da una consonante (C), quindi -[C]ce, -[C]ge.
      (provincia -> province; spiaggia -> spiagge )

La regola 2 è la regola grammaticale che viene comunemente accettata dalla seconda metà del XX secolo, tuttavia anche i plurali basati sul precedente criterio, quello etimologico (Lat.PROVINCIA(M) > provincie), vengono – o dovrebbero essere – accettate quali forme alternative, e indicate anche dai dizionari. Mentre rimangono comunque errate grafie alternative (in deroga alla regola grammaticale), non giustificate dal criterio etimologico.

(Wikipedia)

Stamattina ero in ospedale per un esame da niente. Irrilevante. Ero insieme a persone destinate a prove ben più ardue della mia. Irrilevante. L’ansia mi riempie gli spazi vuoti come l’alta marea fra gli scogli. Quando non ho una cosa specifica di cui preoccuparmi mi preoccupo di tutto il resto, cerco ansiosamente qualcosa di cui preoccuparmi. Mi sono portata un libro da leggere. Comincio, ma non capisco cosa leggo perchè la mia testa è impegnata a stilare l’elenco delle cose di cui mi devo preoccupare. Rileggo. Rileggo. Se la mia testa non molla, io nemmeno. Rileggo. Vaffanculo. Rileggo. E poi…

[…]E’ novembre, l’uomo sente calare la saracinesca dell’inverno. Nelle notti che il vento strappa dalle radici gli alberi più esposti, la pietra e il legno della capanna si sfregano tra loro e mandano una nenia. Il fuoco schiocca baci di conforto. L’aspro di fuori dà spallate, ma la fiamma accesa tiene insieme legno e pietra. Finché brilla nel buio, la stanza è una fortezza.[…]

Inutile che dica chi ha scritto queste righe. Falso che dica che mi hanno tranquillizzato, ma sono passate, hanno bucato l’ansia ed è un pò come quando i raggi del sole si infilano fra i nuvoloni che sembra che arrivi dio. Nessun mezzo miracolo, solo un buon momento.

[…] Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne. Gli zoccoli del camoscio appigliano l’aria. Il callo a cuscinetto fa da silenziatore quando vuole, se no l’unghia divisa in due è nacchera di flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in tasca a un baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una legge.[…]

[…] Aveva visto i camosci saltare i precipizi in piena corsa, uno dietro l’altro eseguendo l’identica sequenza di passi nello slancio da una sponda all’altra. Il loro salto era un rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto. C’entrava l’invidia per la superorità della bestia, da cacciatore ammetteva la bassezza che inventa l’espediente, l’agguato da lontano. Senza certezza di inferiorità manca la spinta a mettersi all’altezza.[…]

Questo è un pò, solo un pò, di Erri De Luca. Leggendo la sua prosa si avverte una musica. E’ la poesia. Mi piace ritrovarla nella prosa. Mi piace la mancanza di confine fre le due. Erri De Luca è un poeta, e casualmente anche un uomo, o, se casualmente non può essere, è uomo perchè alla poesia occorreva un “traduttore”. Per cui la natura ha provveduto. Erri De Luca fondamentalmente è poesia. Poesia sotto pelle.