[…] qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correr dietro a una specie di fantasma-amore-felicità. tanto tutti finiamo nel mondezzaio della sconfitta: chiamala morte, chiamala errore. io non sono bravo con le parole. direi però, dato che tutti ci s’adatta alle circostanze, che certe cose accrescono la tua esperienza, anche se magari non si tratta di saggezza è possibile peraltro che uno resti per tutta la vita nell’errore, vivendo in uno stato come d’intontimento o di paura. ne avrete viste, di queste facce. io ho visto la mia.[…]

(Charles Bukowski – Storie di ordinaria follia)

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Natale

(Napoli il 26 dicembre 1916)

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole di fumo
del focolare.

Giuseppe Ungaretti

da “Allegria di Naufragi”, Mondadori 2005

Lettere

Brevi erano le tue lettere, precise, tutte muscolo e nervo,
di mano più usa al compasso, alla squadra, al gesto del duro comando.
Dicevan le semplici cose con semplici nude parole;
ma due ne portavano in fine, due, sempre le stesse: “Sei mia”.
E quando ella giungeva, leggendo, al termine noto,
s’abbandonava all’indietro, vuotata del sangue, morente d’amore.
Ombre violacee intorno alla socchiusa bocca, all’affilato naso
precipitoso palpito delle vene gonfiate alle tempie alla gola
cecità delle palpebre, tensione delle mascelle nel desiderio
faccia di donna agonizzante in estasi, tu non la vedesti,
nessuno la vide. Era sola.

Ora, ogni notte, la donna che più non vorrebbe esser viva
nel vuoto della sua casa che ha odore di cenere spenta
scioglie un pacco di lettere legato con un nastro nero.
E legge; e, giunta al termine ben noto che a ognuna è sigillo,
ancor s’abbandona all’indietro, vuotata del sangue, morente d’amore.
Così, dalla tomba, con dura predace potenza di sillabe scritte
tu l’imprigioni, o scomparso, tu la possiedi così.

Ada Negri

STIRKOFF

– Siediti, Stirkoff.
– grazie , signore.
– distendi pure le gambe.
– molto gentile da parte sua, signore.
– Stirkoff, mi hanno informato che hai scritto articoli sulla giustizia, sull’eguaglianza; anche sul diritto alla gioia e alla sopravvivenza. Stirkoff?
– sissignore.
– pensi che ci sarà mai una giustizia totale e ragionevole sulla terra?
– non esattamente, signore.
– ma allora perchè scrivi quelle stronzate? sei forse malato?
– mi sento strano da un po’ di tempo a questa parte, signore, come se stessi per impazzire.
– bevi molto, Stirkoff?
– naturalmente, signore.
– e fai cosaccine da solo?
– di continuo, signore.
– come?
– non capisco, signore.
– cioè, com’è che te le fai?
– quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un vaso di fiori col collo stretto mentre ascolto Vaughn Williams o Darius Milhaud.
– di vetro?
– no, di dietro, signore.
– volevo dire, il vaso è di vetro?
– naturalmente no, signore.
– ti sei mai sposato?
– molte volte, signore.
– siediti, Stirkoff.
– grazie , signore.
– Cos’è che non ha funzionato?
– tutto, signore.
– qual è stato il più bel pezzo di fica che tu abbia mai avuto?
– quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un…
– d’accordo, d’accordo!
– sissignore.
– ma capisci che il tuo desiderio di giustizia e di un mondo migliore è solo una scusa per nascondere la decadenza, la vergogna, e il fallimento che sono dentro di te?
– eggià.
– tuo padre era cattivo?
– non so, signore.
– cosa vuol dire non so?
– voglio dire che è difficile fare paragoni. vede, di padre ne ho avuto uno solo.
– stai cercando di fare il furbo con me, Stirkoff?
– oh, no, signore: come lei dice la giustizia è impossibile.
– ti picchiava tuo padre?
– facevano i turni.
– pensavo che avessi avuto un solo padre.
– come tutti, volevo dire che s’alternava con mia madre.
– ti voleva bene tua madre?
– ero solo un prolungamento della sua persona.
– che altro può essere l’amore?
– il luogo comune secondo cui si ha grande cura di una cosa molto buona. non è necessariamente legato alla consanguineità. può essere un palloncino rosso o un toast imburrato.
– vuoi dire che potresti amare un toast imburrato?
– solo pochi, signore. in certe mattine particolari. sotto certi raggi del sole. l’amore arriva e scompare senza preavviso.
– è possibile amare un essere umano?
– naturalmente, soprattutto se non lo si conosce troppo bene. mi piace guardare la gente da dietro la finestra, quando cammina per strada.
– sei un vigliacco, Stirkoff.
– naturalmente, signore.
– qual è la tua definizione di vigliacco?
– un uomo che ci penserebbe su due volte prima di lottare contro un leone solo con le mani.
– e come definiresti il coraggioso?
– un uomo che non sa cos’è un leone. ogni uomo crede di saperlo.
– e come definisci lo stupido?
– un uomo che non arriva a capire che Tempo, Struttura e Carne vengono quasi sempre sprecati.
– ma allora chi è il saggio?
– i saggi non esistono, signore.
– se è così non esistono neppure gli stupidi. senza la notte il giorno non esisterebbe; senza il bianco il nero non esisterebbe.
– mi spiace, signore. ho sempre pensato che ogni cosa fosse quel che è indipendentemente dall’esistenza di qualcos’altro.
– hai infilato il cazzo in troppi vasi di fiori. ma non riesci proprio a capire ce OGNI COSA è giusta, che niente può andar male?
– comprendo, signore, vada come vada.
– cosa diresti se ti facessi decapitare?
– non potrei dir niente signore.
– voglio dire che se ti facessi decapitare io rimarrei il Volere e tu diventeresti il Nulla.
– diventerei qualcos’altro.
– a mio PIACIMENTO.
– a nostro piacimento, signore.
– calmati! calmati! distendi le gambe!
– molto gentile da parte sua, signore.
– no, molto gentile da parte di tutti e due.
– affermi di avere spesso la sensazione d’esser pazzo. cosa fai quando hai questa sensazione?
– scrivo poesie.
– la poesia coincide con la follia?
– la non-poesia è follia.
– cos’è la follia?
– la follia è l’orrore.
– cos’è l’orrore?
– qualcosa di diverso per ogni persona.
– ma l’orrore è parte di un tutto?
– è li.
– ma è parte di un tutto?
– non lo so so, signore.
– dimostri d’esser saggio. cos’è la sapienza?
– conoscere meno possibile.
– come si fa?
– non lo so, signore.
– sapresti costruire un ponte?
– no, signore.
– sapresti costruire un fucile?
– no, signore.
– questi oggetti sono dei prodotti della conoscenza.
– questi oggetti sono ponti e fucili.
– ti farò decapitare.
– grazie, signore.
– perchè?
– lei rappresenta le mie motivazioni, mentre io ne ho molto poche.
– io sono la Giustizia.
– forse.
– io sono il Vincitore. ti farò torturare, ti farò urlare. ti farò desiderare la Morte.
– naturalmente, signore.
– ma non riesci a capire che io sono il tuo padrone?
– lei è il mio manipolatore ma non può farmi niente che non possa esser fatto.
– pensi d’essere astuto ma non dirai niente d’astuto tra un urlo e l’altro.
– ne dubito, signore.
– per inciso, come fai a reggere Vaughn Williams e Darius Milhaud? non hai sentito parlare dei Beatles?
– oh, signore, tutti conoscono i Beatles.
– non ti piacciono?
– non mi dispiacciono.
– c’è qualche cantante che non ti piace?
– è impossibile che esistano dei cantanti piacevoli.
– diciamo, allora, una qualche persona che tenti di cantare?
– Frank Sinatra.
– perchè?
– perchè lui evoca una società malata in groppa a una società malata.
– leggi qualche giornale?
– solo uno.
– quale?
– OPEN CITY.
– GUARDIE! CONDUCETE IMMEDIATAMENTE QUEST’UOMO NELLA CAMERE DELLA TORTURA E DATE INIZIO ALLE OPERAZIONI!
– un ultimo desiderio, signore.
– sì.
– posso portare con me il mio vaso di fiori?
– no, lo userò io!
– signore?
– volevo dire che te lo farò confiscare. guardia, conduci via quest’uomo e torna qui con, torna qui con…
– sissignore…
– una mezza dozzina d’uova e un chilo di carne trita…
– escono la guardia e il prigioniero. il re si china in avanti e fa una smorfia malvagia mentre la filodiffusione comincia a trasmettere un brano di Vaughn Williams.

Fuori, il mondo va avanti mentre un cane mangia da un bidone della spazzatura.

(Henry Charles Bukowski)

… fra un bicchiere di neve
e un caffè come si deve
quest’inverno passerà.
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome.
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome.
Come i treni a vapore come i treni a vapore
di stazione in stazione e di porta in porta
e di pioggia in pioggia
di dolore in dolore
il dolore passerà…

(I treni a vapore – Fiorella Mannoia)