Accadrà anche a noi un giorno?

… una luna
nuziale, un po’ sorpresa
su quei due
nel granaio che tornando da vecchi
videro le loro ombre di ragazzi
intatte sul grano macerato – si erano
amati per la prima volta
lassù e mai più

erano le loro orme un linguaggio antico
di felicità recitate
senza saperne le dovute mosse,
in quella dolcissima terra di nessuno

… lo stupore
d’eterno che ci si lascia alle spalle,
nell’ora fuggevole
che fatica a salire le sue scale e borbotta:
se vale
la pena di pensarci all’aldilà


Alberto Bevilacqua

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Che due palle

Ho meno di niente da dire. Meno faccio e meno farei, s’ abbassa la saracinesca dei desideri, già chiusa quella dei sogni, la voglia… non so, una volta era qui, ma è già da un pò che in effetti non si vede nessuno…

Sto scrivendo del niente. Ed è anche alquanto prevedibile. I “niente” raramente nascondono elementi di sconcertante novità.

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“Ancora un momento, cara… Giusto il tempo di finire”.

Il giudice Boodman aveva pronunciato la frase con una certa dolcezza, ma senza alzare gli occhi dalla scrivania. Rassegnata e devota, la moglie Anne – nata a Princeton e dunque sorella della famosa amazzone – lasciò la stanza e tornò a intrattenere gli ospiti. Nello studio tornò il silenzio.

Da quattordici anni tre mesi e undici giorni il giudice Boodman – gentiluomo noto e stimato in tutta la Contea – aveva deciso di concedersi all’abitudine di far arrivare l’ora di cena intrattenendosi con un solitario. Mai, in tutto quel tempo, era venuto meno al dilettevole impegno. Poteva essergli successo di saltare la cena, questo si. Ma il solitario, mai. Nella circostanza, il giudice aveva scelto l’Imperatrice: e la cosa, come ebbe poi a notare il dottor Benedikt, non è da considerarsi ininfluente ai fini della tragedia che, a partire da quella sera, avrebbe segnato il suo triste declino. L’Imperatrice non è infatti un semplice solitario: è un solitario mostruoso. Si gioca con quattro mazzi e già solo il disporre sul tavolo lo schieramento iniziale (73 carte collocate secondo apprezzabili geometrie) richiede il suo tempo. Se qualsiasi solitario è un privato duello con il caso l’Imperatrice è un duello tutto particolare: più complesso e, in certo modo, solenne.

Ciò può in parte spiegare perché, quella sera d’agosto del 1945, il giudice Boodman se ne stesse chino sulla sua scrivania con un’attenzione che si sarebbe anche potuto definire esagerata. Sotto ai suoi occhi le carte disegnavano un quadro che qualsiasi competente giocatore non avrebbe esitato a giudicare promettente. Tutto sembrava annunciare il raro evento di un’Imperatrice riuscita. Fu dunque con motivato ottimismo che il giudice Boodman prese una carta dal tallone e la girò. Sette di fiori. Poteva essere un cinque di quadri o un fante di picche o un dieci di cuori e a sua vita sarebbe scivolata serenamente verso una serena vecchiaia. Ma era un sette di fiori: e quella vita deragliò, impercettibilmente, verso la tragedia. Il giudice rigirò a lungo la carta tra le dita vagando con gli occhi sull’enorme schema che copriva la sua scrivania. Niente da fare: non c’era un solo posto dove quel miserabile sette di fiori potesse servire a qualcosa. Studiò meticolosamente ogni possibilità e andò alla ricerca di qualche precedente, possibile dimenticanza. Niente. Ancora una volta – e questa volta in modo perfido – l’Imperatrice aveva vinto.

Il giudice Boodman era persona di ferrei principi e intransigente caratura morale. Tutti i tribunali dello Stato avevano potuto verificarlo. Non deve stupire dunque che in quattordici anni tre mesi e undici giorni mai una volta lo avesse sfiorato l’idea di barare al solitario. Né cesserà mai di stupire il fatto che proprio quella sera – sera in tutto uguale alle altre – toccò in sorte di pensare, per la prima volta, a quella deprecabile possibilità. Barare a un solitario è un nulla. Eticamente e tecnicamente è un gesto di comprovabile insignificanza e semplicità. Ma nell’indice della mente del giudice non era previsto. Vi comparve in quel modo inaspettato, come venuto dal nulla, portato da una misteriosa epifania. E quel che doveva succedere successe. Il giudice alzò gli occhi, lesse oziosamente l’ora sulla pendola (sei e un quarto), constatò che nella stanza non c’era nessuno e poi, senz’altra spiegazione che quella dell’umana debolezza, rimise il sette di fiori nel mazzo, esitò un attimo e sollevò un’altra carta dal tallone. Fante. Fante di picche.

Una decina di minuti più tardi il giudice Boodman raggiungeva gli ospiti mescolando alla cordialità dei saluti le sue più umili scuse per il piccolo ma imperdonabile ritardo. Un occhio attento avrebbe riconosciuto in lui quell’eccesso di giovialità che hanno solo i mariti nell’istante in cui, avendo tradito la moglie, appurano di averla fatta franca. […]

(La Sindrome Boodman – A. Baricco)

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L’infinita noia di questi insensati attimi. Troppo poca roba per mettersi a scrivere, o troppo tanta che non si sa da dove cominciare, non si vuole cominciare. Sono annoiata dalla mia noia. Ritengo un futuro sopportabile, al momento, giocare a solitario al pc fino alla consumazione dei secoli, o dell’orario di lavoro.

E poi e poi e poi…

Madonna che lagna. Mi accorgo solo ora che il grosso svantaggio di avere un blog invece del tradizionale caro diario e che a quest’ultimo in giorni come questo avrei potuto strappare le pagine e farne coreografiche striscioline, abitudine che ho coltivato per anni, o, in presenza di fiamma disponibile, bruciarlo, ma con il blog la questione si complica… (e il dominio è stato rinnovato il mese scorso).

E mò cosa racconto per 11 mesi ?

Cognà

Cugnà’ o Cognà, prodotto tipico delle Langhe, in particolare di Alba, nata per utilizzare il residuo della vendemmia e la frutta autunnale in avanzo, è una mostarda intesa come mosto di uva cotto: Nebbiolo, Barbera, Dolcetto a cui vengono unite mele renette e mele cotogne, pere madernassa, noci e nocciole, nell’astigiano si aggiungono spesso anche i fichi.
Si fa alla fine della vendemmia, fra Settembre e Ottobre, il mosto viene addensato per circa 14 ore, facendolo bollire e riducendolo almeno della metà ed unito alla frutta, in genere senza aggiunte di zucchero, si aggiungono scorze d’arancia e limone, chiodi di garofano e cannella e si addensa fino ad ottenere una mostarda piuttosto densa.
Si usa in abbinamento al bollito ma anche, tradizionalmente, con la polenta o per accompagnare la Tuma d’Alba, si conserva dentro ciotoline di terracotta denominate topine.

Ed è legale…

(www.wibo.it)

[…] Sbarcai sull’isola di sera. Mi aspettava al molo un uomo basso e massiccio con un basco in testa. Mi fece sorridere dicendo: “Quanto si’ luongo, vicini facimmo ‘a miccia e a’ bbomba”.

Andammo alla marina, spingemmo la sua barca e guadagnammo il mare con i remi. Era una sera che allargava i pori, dove giravo gli occhi mi meravigliavo. Niente luna, bastavano le stelle alla vista lontana. Le luci dell’isola si persero dietro di noi. Davanti e sopra il cielo traboccava di galassie. Dal cortile del palazzo non si poteva vedere quanto ammasso c’era. Studiato a scuola, l’universo era una tavola imbandita per ospiti con il telescopio. Invece stava steso a occhio nudo e somigliava a una mimosa di marzo, fiorita a grappoli, stracarica di punti scombinati, gettati alla rinfusa nella chioma, così fitti da nascondere il tronco.

Scendevano fino al bordo della barca, li vedevo tra i remi e sopra il basco ben calcato in testa. Quell’uomo, il pescatore, non ci faceva caso. Davvero poteva un uomo abituarsi a quello ? Stare in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso ? Grazie, grazie, grazie dicevano gli occhi per essere lì.

Al largo disse: “Fai tu” e mi dette i remi. Lunghi, da spingere stando all’impiedi, faccia a prua. Mi disse di puntare un promontorio. Lui si mise ad innescare un filo lungo dal quale partiva ogni pochi metri una lenza e un amo. Gli avevo visto fare con i remi e ripetevo. Non era sforzo di braccia, ma di tutto lo scheletro che andava avanti e indietro a sollevare i remi e ad affondarli avanti. Senza attrito di onde la barca se ne andava da sola sotto i piedi. Quand’è così sembra in discesa il mare. “Cuòncio, nun t’allenta’”, piano, non ti stancare, mi diceva.

Remai due ore nell’acqua ferma della notte. Il rumore dei remi erano due sillabe, la prima con l’accento quando entravano in acqua, la seconda più lunga finché uscivano. An-na, An-na, tra le due sillabe il fiato pronunciava un nome di donna. […]

(Erri De Luca – Il giorno prima della felicità)

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.
.
Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.
.
Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
Déjame que me calle con el silencio tuyo.
.
Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.
.
Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

(Pablo Neruda)

Dammi quella mazza

“Wendy, tesoro, luce della mia vita! Non ti farò niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti farò niente. Soltanto, quella testa te la spacco in due, quella tua testolina te la faccio a pezzi!”

(Jak Torrance/Jack Nicholson – Shining)

Ho cercato diversi modi per iniziare questo post, ma le parole di Jak Torrance mi son sembrate le più adatte ad esprimere la mia rabbia. Poi passa. Passa sempre. Ha da passà. Che ci si può fare con tutta sta rabbia ?! Intanto me la godo, la sparpaglio.

Sono incazzatissima.

Il combustibile deriva dalla mia forma fisica, non perfetta da troppo tempo. E lo so che c’è chi sta peggio, e lo so che non dovrei lamentarmi, e lo so, e lo so, ma davvero io, (o chiunque altro), ogni mattina, alzandomi, dovrei fare mente locale su tutta la gente che sta male, che sta soffrendo, che sta morendo e forte di questa discutibile conta, ringraziare la vita del poco male che mi riserva ? Si fa sul serio così ?

La scintilla è stato l’improvviso disallineamento fra quello che sono e quello che vorrei essere. Chiariamo: mai che le due cose coincidano, ma ci sono momenti, come questo, in cui queste due “forze” spingono in direzioni completamente opposte e si percepisce quasi rumore di strappo. E tutto quello che faccio, che mi impongo di fare per infilarmi nella persona che vorrei essere mi diventa insopportabile, ed io divento solo un “no”, insopportabile e non mi posso allontanare da me stessa nemmeno per un pò.

Poi pian piano il fuoco si estinguerà, io rientrerò nella mia forma, abbasserò la voce, non avrò più voglia di dar calci, raddrizzerò la mia ombra, e ripartirò.